Stardust

Blog di Marco Castellani

Il Sole sull’Atlantico

Questa immagine è recentissima, è stata infatti acquisita il 10 aprile di quest’anno, dall’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale. Ci mostra il gioco dei raggi solari sull’Oceano Atlantico, osservato da un’altezza di più di 400 chilometri.

L’Atlantico osservato dalla ISS (Crediti: NASA)

Ogni 24 ore, la stazione spaziale compie ben 16 orbite intorno alla Terra, attraversando dunque altrettante albe e tramonti.

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Parlando di astronomia

Ed è proprio l’attenzione al parlare che è il tratto di questo esperimento. Delle videopillole di argomento astronomico. Che però siano leggere. Brevi, sopratutto. Più aperte alle suggestioni, alle analogie, che all’asettico rigore scientifico. Quello ci vuole, quello è necessario. Qui però lo dò in un certo modo per scontato, acquisito.

Provo a sviluppare un discorso di secondo livello, cerco di saltare alle conclusioni (aperte, apertissime). Cerco di dire quello che appassiona me prima di tutto. Sono appena semini, spunti di riflessione e, se volete, di dialogo.

Non avrei mai creduto di scriverlo, fino a pochi giorni fa. Ma la realtà è sorprendente, sempre (se uno accetta di lasciarsi sorprendere, che è in sé già un bel lavoro, mica scontato). Quindi lo scrivo: se vi fa piacere, iscrivetevi al mio canale.

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Il Sole accanto alla torre

Bellissima questa foto presa il 27 di marzo. Incastonate tra il Duomo di Pisa e la famosissima torre pendente, all’interno del nostro Sole, si scorgono bene due regioni attive, la 2975 e la 2976.

Il panorama è incredibilmente suggestivo: complice la bellezza indiscutibile della Piazza dei Miracoli di Pisa (la quale ama farsi adornare da oggetti astronomici, come forse avrete già visto).

Foto di Antonio Tartarini (Facebook, Instagram),
riprodotta con il consenso dell’Autore

Ma non è solo quieta bellezza. Appena un giorno dopo questa foto, infatti, la regione 2975 avrebbe scatenato una serie di brillamenti solari di tutto rispetto, insieme a due espulsioni di massa coronale. La più estesa di queste ha impattato sulla magnetosfera terrestre il 31 marzo, scatenando una tempesta geomagnetica con aurore ad alte latitudini nei cieli notturni.

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Il sogno che non si ferma

Certe cose, rimangono: vive, nella memoria. Il concorso Rodari si è chiuso da poco, ma io ho ancora tutto negli occhi, nelle orecchie. I sorrisi delle ragazze, dei ragazzi che hanno partecipato. La quieta saggezza dei loro discorsi: pochissima retorica, molta voglia di andare al punto. Di parlare, di vivere di qualcosa di reale, di vero. Questo, soprattutto: una pratica di relazioni in corso, un allenamento. Nessuna parte teorica da attraversare, assimilare, digerire. Nessuna nozione da mandare a memoria, stavolta. Solo pratica. Una officina, un laboratorio. Una proposta operativa.

Chi ragiona in astratto sul riformare la scuola, perso tra belle teorie e spericolati esperimenti mentali, probabilmente perde il suo tempo. Intendiamoci, pianificare e progettare va bene, è certamente necessario. A condizione però di non farci distaccare dal reale, dal quotidiano. Perché sono esperienze concrete che già si possono fare, già si stanno facendo, già esistono. Alle quali – non per merito – si è chiamati, ed allora basta dire di sì. Molti eroici professori già lo sanno. Già lo fanno, direi. E da tempo, anche.

Esposto dalla Scuola dell’infanzia Clericetti, Milano.
(Foto di Adamantia Paizis)

Li chiamo eroici, perché ammiro sinceramente l’eroismo quotidiano di chi sta al fronte, magari in una scuola di provincia, a contatto con diecimila problemi, ma non rinuncia ad iniettare di ottimismo e di propositività il suo ambiente, a contagiare i ragazzi con la bellezza dell’arte e della poesia, con il farsi domande, il ragionare appassionato. Essere educatori è una missione, che ti prende fino alle viscere. Grazie al cielo ne ho incontrate, di persone così, ne incontro. Con il sorriso aperto e le mani sporche di un lavoro bello da fare, tra grandi e piccoli. Un lavoro prezioso perché ci riconcilia con le stelle.

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Polvere di luna

L’Apollo 17 fu l’ultima missione che portò uomini sulla Luna (erano previste Apollo 18, 19 e 20 ma furono cancellate nel 1970). Sembra strano, ma dal dicembre del 1972 più nessuna persona ha messo piede sul suolo lunare.

Uno dei campioni di superficie lunare riportato a Terra da Apollo 17 (con buona pace di chi sostiene che sulla Luna non ci siamo stati) è stato da poco aperto, con ogni cautela, al Johnson Space Center a Huston.

Un campione di “polvere lunare” prelevato dall’equipaggio di Apollo 17 nel 1972, aperto ora.  
Crediti: NASA/Robert Markowitz

Questi piccoli contenitori sono una vera memoria storica di particelle di suolo di un altro corpo celeste, preziosissime impronte geologiche di un mondo “altro” da noi: vicino abbastanza da interrogare le nostre coscienze, lontano abbastanza da rimanere (quasi sempre) fuori portata.

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Pineta

Una ragazza vestita di bianco

attraversa leggera

l’ombrosa pineta.

Gli alberi quasi a disegnare

volte ed arcate

di chissà quale antica civiltà,

sotto le quali lei procede,

silente.

Da "Come ogni altra cosa" (Lulu, 2009)

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Cinquemila e passa

Questa generazione sta traversando una soglia epocale per l’astronomia. Anche, per l’astronomia. Gli indizi sono tanti. Fino a ieri, l’umanità viveva in un Universo con un piccolissimo numero di pianeti conosciuti, tutti orbitanti attorno al Sole. Per secoli la situazione è rimasta immutata. La prima scoperta di un pianeta extrasolare risale appena al 1995, un pianeta intorno alla stella 51 Pegasi. Oggi se ne conoscono diverse migliaia, di pianeti al di là del Sistema Solare.

Immagine artistica di un pianeta delle dimensioni di Giove, che ruota intorno ad Epsilon Eridani, a poco più di 10 anni luce da Terra.
Crediti: NASA, ESA, and G. Bacon (STScI)

Gli ultimi 65 sono stati aggiunti proprio l’altro ieri, facendo superare la soglia dei cinquemila all’archivio di esopianeti della NASA. Altre compilazioni differiscono un poco per il conteggio totale, ma sono certamente dettagli.

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Vivaldi, si ripete

Sì Vivaldi, ma non Antonio, il celebre musicista. Quello che con entusiasmo oserei dire dadaista Franco Battiato citò nel celebre verso nel quale gli preferiva l’uva passa. No, questa volta intendo appena parlare del browser. Quel programmino che usiamo per navigare su Internet, ovvero quel programmino interagendo con il quale passiamo ormai anche diverse ore della giornata. Quella finestra sul mondo, ora potremmo dire sull’Universo. Quella che ci consente di osservare i panorami di Marte, o vederci da lontanissimo. Quella che stai guardando ora, insomma. Un tempo si chiamava Mosaic, ed era cosa sconosciuta ai più. Ah, quanto tempo. Cioè, pochi anni che sembrano moltissimi. Del resto, si sa che il tempo è relativo, la fisica stessa ce lo dice.

Il browser Vivaldi, con il tema Library di Wellingtonkling

Ormai di tempo (qualsiasi cosa sia davvero) ne è passato un po’ da quando ho parlato di Vivaldi. Tempo passato, in parte, per esplorare meglio anche altri blasonati concorrenti. Sono infatti reduce da un periodo di utilizzo – anche entusiastico, in certi momenti – di Brave, un altro browser basato su Chrome con alcune interessanti caratteristiche: prima di tutte, quella di rimborsare gli utenti per il tempo speso sui diversi siti, con una criptovaluta apposita, il Basic Attention Token (BAT). Di più, provando a sostituire le pubblicità del web con un proprio circuito di promozioni, con delle garanzie specifiche di non tracciabilità e privacy. Ma questa faccenda (che ha pregi e difetti) potrebbe senz’altro essere argomento di un altro post.

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