Può capitare di rimanere a corto di energia. A tutti capita, per carità. Ma se viaggi nel cosmo da 49 anni senza mai fare rifornimento, la cosa diventa ancora più comprensibile.

E’ il caso delle sonde Voyager, sonde gemelle di cui ho spesso scritto, per la grande ammirazione che ho verso queste due dimostrazioni splendenti dell’ingegno umano, straordinario quando si applica a cose positive come la conoscenza del cosmo. Le sonde – roba anni Settanta del secolo scorso – sono attive a dispetto di ogni previsione iniziale, poiché erano calibrate per funzionare (ragionevolmente) appena pochi anni.

Una immagine artistica di una delle sonde Voyager (Crediti: NASA)

Voyager 2 in particolare sfiorò i pianeti giganti Giove e Saturno. Poi i tecnici si resero conto che sfruttando un allineamento planetario abbastanza raro potevano farla proseguire verso Urano e Nettuno, e così accadde. Di fatto, la maggior parte della informazioni che oggi abbiamo su questi pianeti proviene proprio dalla Voyager 2, unica finora ad avere compiuto passaggio ravvicinati a questi due ambienti. E lanciata, come le gemella, nell’ormai lontano 1977.

Le due sonde hanno superato l’eliopausa – ormai da qualche anno – e sono i primi due oggetti costruiti dall’uomo a superare il Sistema Solare affacciandosi allo spazio interstellare. Un immenso territorio, finora inesplorato.

Il problema, come si diceva in apertura, è l’energia. Le sonde ormai dispongono di pochissima energia, con la quale deve far funzionare gli strumenti rimasti accesi. D’altronde, nessuno avrebbe mai pensato, nel 1977, che quasi cinquant’anni dopo avremmo ancora dialogato con le due Voyager. Siamo dunque ad un prolungamento estremo delle missioni, ottenuto bilanciando oculatamente le risorse di bordo, e sacrificando – quando necessario – alcuni strumenti in modo da “salvare” il funzionamento globale delle sonde stesse.

Le sonde ottengono energia da un generatore termoelettrico a radioisotopi, che genera elettricità dal decadimento del plutonio. Ma passando il tempo, ovviamente, l’energia cala. Le sonde perdono circa quattro watt ogni anno. E al diminuire dell’energia, bisogna inventarsi qualcosa per far andare avanti la baracca (mi si perdoni l’irriverenza).

Dove non si può intervenire sulle batteria, o sull’hardware (le sonde distano da noi più di venti miliardi di chilometri), arriva l’ingegno.

La NASA ha appena compiuto una delicata manovra sulla Voyager 2, denominata “Big Bang”, che spegne e riaccende vari apparati in una sequenza molto precisa, al fine di liberare potenza senza però raffreddare le parti vitali. In questo modo, la sonda potrebbe rimanere attiva per altri due anni.

Perfino un vecchio registratore a nastro (c’è gente che non li ha mai visti, i registratori a nastro) è stato spento, e varie configurazioni sono state ottimizzate in modo che anche apparati progettati per altri compiti, divengano ora utili almeno come fonti di calore. Bisogna infatti evitare il congelamento del sistema dei propulsori, che renderebbe impossibile orientare l’antenna della sonda verso la Terra. E per questo, tutto può servire.

E’ ormai un filo sottilissimo che lega le Voyager alla Terra, per cui ogni comando sbagliato potrebbe essere l’ultimo: facendo perdere l’allineamento dell’antenna verso Terra perderemmo le sonde per sempre. I tecnici NASA hanno studiato la procedure per mesi a terra, ovviamente tenendo conto dell’hardware anni Settanta a bordo delle sonde.

I dati ricevuti a Terra mostrano che la sequenza è andata a buon fine. Dopo la Voyager 2, sarà il turno della Voyager 1. Per un esperimento cosmico senza precedenti, che mostra quanto un’accorta gestione possa prolungare la vita dell’hardware, oltre ogni limite ritenuto “ragionevole”.

Le sonde continuano, sia pure con molte limitazioni rispetto all’assetto di partenza, ad esplorare l’universo e a mandarci dati scientifici (sui quali si fa vera ricerca) da regioni mai attraversate da alcuna sonda. Dati che, con ogni probabilità, rimarranno gli unici di cui disporremo, per molti decenni a venire.

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