Una mattina d’estate, mi metto in macchina per andare in osservatorio. Una mattina come tante, anche se ogni mattina è diversa (in modo sottile, il più delle volte). Per il mondo, per come lo vedo e lo sento, per come ridefinisco l’universo intorno a me.
Già, l’universo.
Chi mai ci pensa di mattina, all’universo? E’ come fosse dato per scontato: concediamo che esiste (perché negarne l’essere ci darebbe dei problemi), però non ce ne occupiamo. Eppure lui sarebbe lì a dire ehi, ma non mi guardi, non mi pensi? Come mi trovi, stamattina? Ma ti rendi conto di quanto sono diverso da ieri? Ora che prendi il caffè, lo sai che il quasar 3C273 è più lontano da te di quasi quattro miliardi di chilometri rispetto alla tua tazzina di ieri?

Spesso, le mie preoccupazioni al risveglio sono decisamente più terra terra. Altro che spazio interstellare, si vola a pochi centimetri dal suolo, abbondantemente sotto rilevamento radar. Molti hanno bisogno di un po’ di tempo per carburare, io sono senz’altro tra questi.
Ho le mie strategie. Qualche scampolo di letture ben scelte, mentre faccio colazione (con il Kindle, così posso evitare di inforcare subito gli occhiali). E poi, lei: la musica, mi aiuta. Mi riporta a contatto con il senso del bello, con il quale ricomincio a fare pace con il cosmo, a percepire – innanzitutto – che lui c’è… [Continua a leggere sul magazine EduINAF]
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