Blog di Marco Castellani

Mese: Luglio 2014

Perché XP, ancora

E’ noto che da aprile di quest’anno la Microsoft ha deciso di interrompere del tutto il supporto al suo prodotto di maggior successo, probabilmente. Parliamo di Windows XP, quel sistema operativo che per diversi anni è stato sinonimo di computer per tantissime persone. Per molto, molto tempo, è stato così. Era talmente soverchiante rispetto alle altre possibilità, da aver definito chiaramente uno standard.  Il computer per antonomasia era quello: era un PC con Windows XP (più o meno originale) istallato sopra. Era la piena ortodossia informatica. Non c’era che un modo per farlo, in pratica.

Il resto era l’eccezione, la stranezza, l’eccentricità. Era una cosa per geek, certamente non qualcosa per poter lavorare semplicemente e velocemente. Linux – tanto per dirne una – era una avventura, un’avventura eccitante ma anche potenzialmente piena di frustrazioni (ad esempio, già far lavorare sotto linux il modem di casa poteva essere già un’impresa, al tempo: per me certamente lo è stata…). 

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Le “finestre” vecchie, se ancora molto usate, vanno sempre curate… 😉

Windows XP è stato rilasciato nell’ottobre del 2001. E’ perciò stesso un sistema operativo antichissimo: per gli standard informatici tredici anni sono davvero un’eternità (anche se ad onor del vero bisogna dire che con i vari service pack il sistema stesso si è radicalmente evoluto nel tempo). 

Ora, da un certo punto di vista è più che logico che il supporto si interrompa ad un certo punto, specialmente dopo diversi anni da quando è stato sostituito con altri sistemi più moderni (seppure con alterne fortune, come ben sappiamo: Vista docet, e non dico altro). E’ anche più che logico che una ditta dopo tanti anni si riservi – a pieno diritto – la prerogativa di interrompere gli aggiornamenti, perfino quelli relativi alla più stretta sicurezza informatica.

Se non fosse.

Se non fosse che qui non stiamo parlando di un sistema operativo qualsiasi, nemmeno di un sistema operativo di particolare successo. Assolutamente. Qui stiamo parlando di un unicum nella storia dell’informatica. Bisogna necessariamente tenerne conto. Ragazzi, qui stiamo ragionando di un sistema operativo che al momento attuale adesso, non cinque o dieci anni fa – gira su più di un quarto dei computer del mondo (secondo netmarketshare.com, vedi sotto). Possibile che si interrompano gli aggiornamenti di sicurezza per un sistema così diffuso?  

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L’obiezione consueta a questo, lo sappiamo bene, è tutta racchiusa nel reiterato slogan è bene aggiornare. Ora, diciamolo subito. Questo nessuno lo nega. Nessuno si sogna di dire che un computer vecchio con un sistema operativo vecchio è meglio di un computer nuovo. Ovvio. Però ci sono certi casi in cui non è possibile cambiare. Spesso, semplicemente, non ci sono le risorse. E se il computer fa bene quello che deve fare (magari è connesso ad un dispositivo per cui esiste il software per XP, e fa ancora  bene il suo lavoro), in realtà – non stracciatevi le vesti – non ci sarebbe veramente bisogno di cambiare. Tenendo presente che un cambio di SO implicherebbe quasi certamente la necessità di un cambio di hardware. 

E in ogni caso, se XP è il secondo sistema operativo, è piuttosto improduttivo insistere nello stigmatizzare la cosa. Bisogna prima di tutto prenderne atto.

Può il secondo sistema operativo al mondo essere vulnerabile sotto il profilo della sicurezza?

Può un quarto del mondo essere esposto al capriccio di un quattordicenne molto intelligente e (magari) poco etico, che si diverte a fare un programmino devastante, sfruttando una vulnerabilità nota alla quale nessuno si sente di provvedere?

Secondo me no. Citando l’editoriale di aprile di PCProfessionale (titolato significativamente Microsoft ripensaci), “In un mondo ideale Microsoft avrebbe dovuto attendere, per dare ossigeno alle aziende che non possono far migrare i propri sistemi informativi in tempi brevi e per permettere a banche e ospedali un aggiornamento dei propri sistemi critici.”

Secondo me, Microsoft potrebbe – con grande ritorno di immagine – concedere un supporto ridotto all’osso e relativo solo alla stretta sicurezza, per il suo XP, ancora per un altro po’. 

Non la obbliga nessuno, ovvio.

Non lo possiamo pretendere beninteso.

Però fossi in loro – vista la situazione – io un pensierino ce lo farei…

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Dalle stelle agli atomi…

Un momento! Ma cosa è successo al nostro Sole? uno si potrebbe (legittimamente) domandare, osservando la meravigliosa immagine qui sotto. In realtà non è niente di troppo inusuale, ha semplicemente “eruttato” un filamento. I filamenti solari sono regioni piuttosto estese di gas denso e molto caldo, tenuti insieme fondamentalmente dai forti campi magnetici sulla superficie.

Eravamo a metà del 2012, circa, e appunto – inaspettatamente – uno di questi filamenti è stato proiettato nello spazio producendo una eiezione coronale di massa. Benché il momento esatto di questa drammatica eruzione sia risultato assolutamente imprevisto, si è potuto osservare scrupolosamente per mezzo del Solar Dynamics Observatory, una sonda lanciata nel febbraio del 2010 e posta in orbita attorno alla nostra stella (e prendetevi un attimo di tempo per indugiare nei meravigliosi dettagli di questa immagine, come di altre…).

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La spettacolare eruzione di un filamento solare dell’agosto 2012 (Crediti: NASA‘s GSFCSDO AIA Team).

L’immagine è apparsa su APOD del  20 luglio.

Lo so, lo so… Siamo abituati a pensare al nostro Sole come una stella quieta e immutabile, e certo in buona parte – e soprattutto   ad una debita distanza – questo è ancora  vero. Dopotutto è così, è una stella di piccola massa in fase di sequenza principale, e ha davanti a sé – per nostra immensa fortuna – ancora miliardi di anni di quieta (diciamo) combustione. Idrogeno convertito in elio, roba di vera fusione nucleare. E tutta l’energia che ne deriva viene portata in superficie ed irradiata (anche) sotto forma di fotoni. Se però l’interno del sole procede al suo ritmo furibondo ma costante, la parte esterna è sede di fenomeni tanto complessi che ancora attendono una compiuta comprensione. 

Se consideriamo come il Sole sia tutto sommato una stella abbastanza “semplice” da interpretare, comunque ci troviamo di fronte all’evidenza di come tante cose ancora non sono state del tutto comprese. Eh sì, dobbiamo arrenderci al fatto che il fenomeno stella ci riserva ancora degli aspetti enigmatici ed affascinanti, tutti da capire. Siamo fatti di stelle, letteralmente: comprendere come funzionano è risalire nel profondo della storia dei nostri atomi – proprio, degli atomi di cui siamo costituti. E’ uno studio della storia nel senso più pieno e profondo del termine.

Un’avventura affascinante, che può ancora riservare molte sorprese.

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A che punto siamo?

E’ una domanda che viene spesso formulata, negli ambiti più diversi. C’è un ambito che prima  non veniva per nulla preso in esame, ed oggi può essere a buon diritto sbalzato agli onori della cronaca. Come qualcosa che devi considerare, come una cosa nuova che capita sotto la tua attenzione. Eppure è così, ed è tanto reale che una domanda semplice come a che punto siamo si diluisce in una mancanza di significato. O almeno, in un significato più allargato, ondivago, complesso.

E’ una geografia libresca che si ridefinisce e si stempera, allo stesso momento. Pensiamoci. Fino a ieri, indicare un punto determinato in un libro era molto facile. Si indicava la pagina e – se necessario – il capoverso. Il riferimento era chiaro e preciso, non c’era tema di sbagliare. È ancora così, per il libro di carta. Certo, a voler essere precisi, una ambiguità anona sussiste, perché c’è da considerare il caso di molteplici edizioni: la pagina dell’edizione rilegata non corrisponde a quella dell’edizione economica, tipicamente. Va bene. Basta aggiungere l’indicazione dell’edizione e comunque l’univocità dell’indicazione è di nuovo garantita.

Prepariamoci. Questa confortante rigorosità potrebbe essere presto un ricordo del passato.

Prendiamo il caso degli ebook. Sì, il tanto discusso libro digitale. Sembrerà strano, ma al momento non c’è un modo univoco per determinare una posizione all’interno del testo. Qui il digitale ha reso tutto molto più complesso, a differenza di analoghi passaggi al digitale, come il caso della musica. Il minuto 3.34 (dove parte quel favoloso assolo di batteria, oppure quel pieno orchestrale) in  un brano è rintracciabile sempre e comunque in maniera precisa – anzi, molto più precisa nel digitale che sul caro vecchio vinile. Sia che acquisto il brano da iTunes, da Google Play Music, o lo ascolto in streaming su Rdio (ancora meglio di Spotify), o quel che volete.

Facciamo il caso dei libri, invece. Di modi per indicare una posizione ve ne sono, certo. Ma sono troppi. 

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… a che pagina devo leggere per trovare i topi?

Photo Credit: Leo Laporte via Compfight cc

Ogni ecosistema ha il proprio. C’è Amazon che usa una numerazione tutta sua per individuare un punto, che invero risulta piuttosto dettagliata: considerando che un libro l’indice di Amazon va da zero a qualche migliaio, a seconda della lunghezza, si capisce come indicando una posizione, es. 563, si arriva con buona precisione al punto desiderato. Va detto che in alcuni libri Amazon indica anche un numero di pagina, che dovrebbe corrispondere all’edizione a stampa. ma più spesso questo (ancora) non avviene.

C’è iBooks – lo store di Apple – che indica il numero di pagine, considerando una pagina come quello che entra nello schermo del device scelto per la lettura. Attenzione che qui iniziano  i veri guai. Eh sì, perché questo all’apparenza è comodo, nella realtà rende  però impossibile indicare un punto preciso nel testo. Sì, perché basta ingrandire il carattere, ad esempio, per alterare la relazione del testo con il numero di pagina. Non parliamo poi dell’eventualità di aprire il libro su un apparecchio diverso!  

Dunque non c’è più una corrispondenza del testo con un qualche indice: non ha più senso dire “leggi quel pezzo a pagina 241, c’è il nome del colpevole” oppure “a pagina 1234 si svela il senso dell’universo, la vita e tutto quanto”. Non esiste più un contenuto univoco della pagina 241 o 1234, sono entità dinamiche le pagine, sempre cangianti. La stessa quantità totale di pagine di un libro, ora dipende dalla modalità con cui lo leggi: su uno smartphone possono essere migliaia, su un tablet molte molte di meno.

Anche tutti i rimandi interni al libro, tipo “vedi la nota a pag. 234” oppure “questo si tratterà estesamente a pag. 12345” sono completamente privi di valore, adesso.

Disdicevole.

Prendiamo poi Play Books di Google. Anche il gigante americano di Internet ha optato per una numerazione di pagina dinamica come unica indicazione del punto in cui si sta leggendo. Ovviamente in linea di massima non coincide con quella di Apple: diversi sono i caratteri, il loro numero per riga, e via di questo passo.

Va bene, direte voi. Rimaniamo calmi. Se leggo il testo su un’unico apparecchio, va tutto bene. Se poi è un Kindle, posso perfino indicare ad un’altra persona un punto specifico del libro. Che dire però di testi che magari si leggono su diversi apparecchi a seconda del momento? E soprattutto, come indicare ad una altra persona il punto specifico di un testo?

Prima appunto era semplice: pagina 15 era pagina 15, per chiunque. Ora non è più così. Ora se hai ceduto alla musa del digitale, se ti dicono leggi a pagina 15 tu non sai proprio cosa fare. 

Nell’epoca del digitale, una curiosa indeterminazione che parrebbe – ironia della sorte – tutta analogica…

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Gemelli diversi

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Rappresentazione artistica del sistema binario XO-2 dove si vede in primo piano uno dei due giganti gassosi orbitanti attorno a XO-2S e il secondo pianeta che le transita davanti; l’oggetto luminoso in alto a destra rappresenta la compagna XO-2N con il suo pianeta transitante (il puntino nero). Crediti: adattamento dell’immagine ESO / L. Calçada

Il cacciatore di pianeti HARPS-N, installato al Telescopio Nazionale Galileo, ne ha scoperti due nuovi attorno alla stella XO-2S, appartenente a un sistema doppio. Anche la compagna, XO-2N, ospita un pianeta, già rivelato nel 2007 col metodo dei transiti. Per la prima volta viene identificato un sistema binario dove entrambe le componenti stellari hanno un mini sistema planetario. Una scoperta made in Italy dall’osservazione spettroscopica all’interpretazione dei dati

Da Media INAF – http://www.media.inaf.it/2014/07/02/gemelli-diversi/

In collaborazione con Caterina Boccato

Un sistema binario con doppio sistema planetario! E’ questa la scoperta di un team di astronomi del programma GAPS – Global Architecture of Planetary Systemscapeggiato da Silvano Desidera dell’INAF di Padova.

Le ultime scoperte nell’ambito dei pianeti extrasolari indicano una sorprendente varietà nelle caratteristiche e nell’architettura dei sistemi planetari. Questa varietà dipende dalle proprietà della stella che ospita i pianeti, dalle caratteristiche del disco circumstellare in cui si forma il sistema e dagli effetti dell’ambiente nei quali le stelle e i loro pianeti evolvono.

Lo studio dei sistemi composti da due stelle con caratteristiche simili e che orbitano a grande distanza una dall’altra attorno al loro comune baricentro, detti sistemi binari larghi, aiuta a capire meglio quali sono i fattori che entrano in gioco nella formazione ed evoluzione dei pianeti, dato che la composizione chimica, l’età e l’ambiente in cui si formano sono sostanzialmente uguali per le due componenti.

I sistemi binari sono inoltre laboratori unici per capire l’evoluzione dinamica dei sistemi planetari dato che, a causa delle interazioni mareali con la nostra Galassia e col passaggio ravvicinato di altre stelle, gli elementi orbitali di questi sistemi cambiano nel corso del tempo.

Attorno alla stella XO-2S, la stella più a sud del sistema binario largo, denominato XO-2, sono stati individuati due nuovi pianeti da un gruppo di astronomi del programma GAPS – Global Architecture of Planetary Systems guidato da Silvano Desidera dell’INAF di Padova.

GAPS è il programma di osservazione INAF per la ricerca e caratterizzazione dei sistemi planetari grazie allo spettrografo HARPS-N, il cacciatore di pianeti extrasolari dell’emisfero boreale montato alTelescopio Nazionale Galileo (TNG) nelle Isole Canarie.

Le misure di velocità radiale indicano la presenza di un nuovo sistema planetario attorno a XO-2S, costituito da un pianeta un po’ più massiccio di Giove a 0,48 unità astronomiche (quindi metà della distanza Terra-Sole) e da un pianeta della massa comparabile a quella di Saturno a 0,13 unità astronomiche. Entrambe le orbite planetarie sono moderatamente eccentriche ma dinamicamente stabili.

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Nell’immagine di sinistra, il sistema planetario attorno alla stella XO-2S. La croce rappresenta la stella, le orbite dei suoi due pianeti (in rosso) confrontate con quelle di Mercurio (in nero), Venere (in blu) e Terra (in verde). Nell’immagine di destra, il sistema planetario XO-2N. La croce rappresenta la stella e l’orbita rossa rappresenta quella del pianeta confrontata con le orbite di Mercurio, Venere e Terra. Crediti: Slivano Desidera.

Al di là dei due nuovi oggetti, ciò che rende eccezionale questo sistema è che è in assoluto il primo sistema binario noto nel quale entrambe le componenti stellari hanno un proprio sistema planetario. “In un sistema binario largo la probabilità di trovare un sistema planetario attorno a una delle componenti è praticamente uguale alla probabilità di trovare un sistema planetario attorno a una stella singola. Ci si aspettava dunque di trovare un risultato di questo tipo, solo che non erano quasi mai stati fatti tentativi sistematici in passato, dato che alcune survey escludevano le binarie e in altri casi veniva considerata una sola delle componenti”, afferma Alessandro Sozzetti dell’INAF di Torino e P.I. della proposta osservativa.

La scoperta è stata compiuta grazie ad un monitoraggio di velocità radiali effettuato in modo intensivo su XO-2S con HARPS-N al TNG, avviato oltre un anno fa. Quando gli studiosi hanno cominciato a sospettare la presenza di pianeti attorno alla stella, è partito anche un programma di osservazioni fotometriche di supporto a quelle spettroscopiche. I dati raccolti alla stazione osservativa “M. G. Fracastoro” di Serra la Nave dell’INAF di Catania e soprattuttoall’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, centro di ricerca regionale associato all’INAF, hanno permesso di escludere che il segnale fosse imputabile a fenomeni dovuti alla stella. Ulteriori indicazioni in tal senso sono venute anche dall’analisi di dati del sistema XO-2 presi nel 2011 alla stazione osservativa di Asiago dell’INAF di Padova.

Gli studiosi sono così giunti alla conclusione che due pianeti orbitano attorno alla stella XO-2S. La compagna XO-2N, la stella più a nord della coppia, era già nota per il suo pianeta XO-2b (detto anche XO-2Nb), osservato transitare davanti alla stella ogni 2,5 giorni ed avente massa circa la metà di quella di Giove, ovvero di dimensioni confrontabili al gigante gassoso del nostro Sistema Solare. Abbiamo quindi due stelle “gemelle” legate fra loro che ospitano sistemi planetari ben diversi. XO-2N ha un pianeta vicino più piccolo di Giove, XO-2S due pianeti molto più lontani, di cui uno più grande di Giove.

Si tratta del primo caso in assoluto di detection da parte di HARPS-N, ossia i primi due pianeti scoperti con i dati raccolti dal cacciatore di pianeti montato al TNG e che misura le velocità radiali delle stelle, ossia la velocità della stella lungo la linea di osservazione. Dalle variazioni di questa velocità si può stabilire se vi sono uno o più pianeti in orbita attorno alla stella. In precedenza, tramite la misura di dimensioni e massa, HARPS-N aveva confermato pianeti candidati già scoperti col metodo dei transiti grazie al Telescopio Spaziale Kepler della NASA.

Non solo. “Ci sono anche indicazioni di un trend a lungo termine nelle velocità radiali” afferma Silvano Desidera. “Questo indica la presenza di un altro oggetto orbitante attorno a XO-2S, con un periodo orbitale molto più lungo dei 400 giorni in cui abbiamo osservato finora questa stella. Potrebbe trattarsi di un terzo pianeta con un periodo di vari anni oppure di una nana bruna o di una stella di piccola massa con periodo più lungo. Sarà necessario compiere altre osservazioni future per determinare la natura del nuovo oggetto”.

Il sistema XO-2 è il primo esponente scoperto di una nuova famiglia di sistemi esoplanetari, quello dei sistemi binari in cui pianeti orbitano attorno a entrambe le stelle. Il fatto che le due stelle siano estremamente simili e che nella loro fase di formazione ed evoluzione abbiano dato luogo a sistemi planetari molto diversi sarà oggetto di ulteriori studi nel prossimo futuro. È un esempio eclatante di quanto sia varia la casistica e di quanti dati ancora siano necessari per capire fino in fondo i complessi meccanismi di formazione ed evoluzione planetaria.

È anche una buona notizia per l’astronomia e in particolare per quella nostrana, perché tutte le tappe della ricerca che ha portato alla scoperta sono state effettuate da team italiani. Gli azzurri di calcio sono stati eliminati dalla Coppa del mondo, ma la ‘nazionale’ degli astronomi italiani si conferma tra le grandi nella ricerca di altri mondi.

Leggi l’articolo su arxiv: The GAPS programme with HARPS-N@TNG IV: A planetary system around XO-2S

Sabrina e Caterina

Comunicato stampa pubblicato  il 2 luglio 2014 su Media INAF – http://www.media.inaf.it/2014/07/02/gemelli-diversi/

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Un selfie dalla Curiosity

Forse non lo sapevate, presi nelle varie occupazioni del giorno (o magari, nel tanto sospirato inizio di vacanza) ma il recente 24 di giugno era una data importante, su Marte. Per la precisione, segnava il compimento  del primo anno marziano dell’attività della sonda Curiosity sul pianeta rosso. Questo equivale a 687 giorni  terrestri dall’arrivo della sonda sul pianeta, verificatasi il 5 agosto del 2012.

Per celebrare il compimento dell’anno marziano, anche Curiosity indulge alla moda del momento e si concede un selfie, apparso qualche giorno fa sul sito di APOD: forse il selfie che ci giunge dal posto più lontano, tra tutti quelli che incontriamo su Facebook o Instagram. La sonda si trova per l’occasione vicino ad una formazione rocciosa chiamata Windjana, sede della sua recente attività di scavo e di analisi di campioni.

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Il recente selfie di Curiosity (Crediti: NASA, JPL-Caltech, MSSS)

Il selfie è stato realizzato in realtà non in un unico (auto)scatto, ma è piuttosto un mosaico costruito con immagini acquisite durante i mesi di aprile e maggio utilizzando MAHLI, il Mars Hand Lens Imager, ideato per il lavoro a corto raggio, più o meno nei pressi di Curiosity – e dunque ottimo per realizzare un selfie. Proprio grazie alla realizzazione tramite mosaico, le immagini in cui compariva il braccio meccanico di MAHLI sono state escluse dalla ricostruzione, cosicché si può godere di una panoramica della sonda come se fosse stata presa… da un marziano stesso, che passava di lì (cosa decisamente improbabile, alla luce delle nostre conoscenze).


Mars Panorama – Curiosity rover in Out of this World

Quella che invece è ben visibile nell’immagine è un’altro dispositivo della sonda, ovvero la Mast Camera (Mastcam). Nella foto, è quello strumento montato al di sopra del braccio che compare verso il centro dell’immagine, puntato verso il terreno. E’ uno strumento (giustamente) famoso per le viste panoramiche che è capace di creare, tra le quali vi raccomando di ammirare assolutamente quella presente su 360cities.net: trovo veramente impressionante il poter girarsi attorno e zoomare su determinati dettagli, come se si fosse sotto casa (certo magari con un ambiente un pelo più brullo e desolato).

Perdere qualche minuto sul Mars Gigapixel Panorama fa capire molto meglio di tanti discorsi, il grado di precisione e la qualità delle immagini che siamo oggi in grado di ricevere da posti lontani diverse decine o anche centinaia di milioni di chilometri, qual è appunto la superficie del pianete Marte (la distanza Terra-Marte varia, naturalmente, nei diversi momenti dell’anno, a seconda della geometria delle rispettive orbite).

Tanto per avere un termine di confronto, di come siamo cresciuti in un intervallo di anni tutto sommato abbastanza ristretto, ecco una immagine di Marte fornite dalla sonda Mariner 4, lanciata nel novembre del 1964. Notate come il grado di dettaglio rispetto alle immagini precedenti sia decisamente differente (anche se questa era una sonda orbitante, e non un rover, ma tanto per rendere l’idea). Sicuramente allora nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginare i progressi che avremmo ottenuto in poco tempo, fino al panorama di Marte della Mast Camera.

Mars Mariner 4

E nel futuro cosa ci aspetta?

Le previsioni rischiano di essere errate. Spesso, per difetto… 😉

 

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