Vorrei partire proprio da loro, gli elusivi neutrini. Vorrei partire da loro per arrivare a parlare di poesia. Perché accostare i neutrini alla poesia è ancora qualcosa di particolare, di abbastanza inedito. Crea un cortocircuito mentale particolarmente salubre, per cui alla fine inizio a chiedermi cose nuove, sono almeno un po’ spiazzato, portato fuori dal mio ambiente solito di derivazioni e convenzioni, di usi e convinzioni. Che è poi, mi pare, l’obiettivo primario del dire poetico.

Tecnicamente siamo inondati dai neutrini (ce ne scorrono addosso miliardi ogni secondo), ma è raro che, in questa indicibile e silenziosa moltitudine, qualcuno di loro si fermi con noi per farsi raccontare, divenire oggetto di un dire poetico.

Ho tra le mani l’ultimo libro di Claudio Damiani. Tra le mani, per dire: è sul Kindle, ma per noi fa lo stesso. Il fatto rimane, ed è questo. I neutrini entrano a pieno titolo nella poesia di Claudio, si ritagliano agevolmente un loro posto. Tanto che non percepisco nulla di strano, non avverto smagliature nello spaziotempo, non registro particolari torsioni o tensioni nella rete di connessioni cosmiche.

L’essere è, e tu sei con lui.
Sei tutt’uno con il cielo, con la terra, le piante,
sei tutt’uno con le macchine anche
e coi neutrini sparsi nell’etere.

Da fisico – ma anche (lo confesso) da poeta artigiano, da aspirante poeta minore, se volete – mi viene da esclamare finalmente! Finalmente si fa poesia anche con i neutrini, finalmente si conferisce loro la piena dignità che meritano. Li si fa esistere pienamente. Se una cosa non è oggetto di poesia, di letteratura, non è veramente viva. Vuol dire che non sfiora il nostro centro emozionale, può certamente starsene tra le pagine di astrusi manuali d’astronomia o di fisica, ma non è entrata in vera interazione con le nostre coscienze, con le nostre anime. Impastare il tessuto poetico con i neutrini – farne oggetto di poesia – secondo me li fa vivere davvero.

Claudio Damiani (a destra in foto) insieme con Andrea di Consoli, in maggio a Roma, per una presentazione del libro “Prima di nascere”

E anche noi, scienziati di professione, dobbiamo gioirne: perché fare scienza con le cose morte, veramente, non ci interessa proprio più. La vecchia idea della scienza era quella: particelle, azioni e reazioni, forze e campi, tutto poco interessante, poco umano. La scienza nuova è quella che cerca (e quindi trova) l’umano in tutto, anche nei quasar più lontani. Anche nei neutrini.

Sarebbe bello e necessario, redigere un saggio sul ruolo della scienza nella poesia di Damiani. Perché da scrivere ce n’è – ce n’è parecchio, scorrendo la sua produzione – qualcuno dovrà farlo prima o poi. Qui certo non mi azzarderò a tentare alcuna trattazione sistematica. Piuttosto, procederò per lampi, impressioni, sensazioni. Né parlerò in senso ampio della poesia di Damiani (meglio leggerla) o del libro Prima di Nascere, perché altri l’hanno già fatto e anche molto bene.

Una cosa però voglio dirla, prima di tornare alla scienza. I versi di Claudio, in virtù di una incomprensibile alchimia, possiedono una chiave di accesso misteriosa e potente verso il cuore. Non lo capisco razionalmente, registro appena il dato, senza tentare interpretazioni. Mettono in delicata vibrazione delle corde particolari: spesso leggendo i suo versi verrebbe da esclamare ecco è questo, finalmente! Ovvero, si dice sulla pagina quel che dentro di noi aspetta di essere detto, ma non eravamo in grado di dire.

Per me, questo accade da tanto tempo. Almeno da quando, molti molti anni fa (potevo dire ancora d’esser ragazzo), lessi Sognando Li Po, incuriosito da una recensione nella bella rivista Letture, ormai ampiamente defunta. Già lì, rimasi conquistato da quell’incedere sommesso e delicato che in realtà (diciamolo pure) ti frega, perché tu abbassi le difese e lui arriva di soppiatto, come un gatto, a parlarti in modo familiare di cose profondissime. Spesso nella parvenza inoffensiva di piccole prose, o scarni dialoghi.

– Che i morti siano morti
non lo accetto, lo nego.
– Scusa perché non lo accetti?
è infantile il tuo atteggiamento.
– Non lo accetto perché è inaccettabile.
Io sarò infantile
ma tu non ragioni.

Ora, non lo accetto perché è inaccettabile non dimostra nulla, scientificamente, ma libera una sensazione chiusa nel cuore, finora tenuta nascosta, la dice e dunque le restituisce dignità di esistere. Così, mi fa respirare. Che i morti siano morti e basta e non ci sia comunicazione con loro, o peggio, che non siano niente, che non siano più per me è inaccettabile. Sarà un ragionamento infantile, sarà per alcuni poco scientifico, ma tant’è.

Ciò detto, devo tornare al mio proposito di parlare della scienza nella poesia di Damiani, per come mi appare in questo suo libro. Del resto, di poesia non ne so abbastanza per azzardare vere recensioni, e nemmeno voglio provarci. Che poi, io sono il primo ad essere infastidito da quegli scienziati che vogliono dire la loro su tutto, anche su temi sideralmente lontani dal loro campo di indagine: quante splendide occasioni per tacere, completamente perse!

Non è troppo difficile, comunque, tornare al punto. Perché già dalle prime pagine del suo nuovo libro, Claudio inizia a parlare di cielo (ovvero, viene lui in casa mia), senza perdere troppo tempo. Un cielo non asettico, imperturbabile, no: un cielo felicemente popolato di tutte quelle cose che gli astronomi come me studiano, cercano di conoscere, e poi magari, di raccontare. Anche Claudio, racconta.

… era come se volassi
nello spazio e mi venivano incontro
corpi celesti, asteroidi, comete
e io li sfioravo e li accarezzavo
e in ognuno abitavo.

Claudio, con la sua morbida costruzione di parole, sfiora, accarezza e perfino abita degli oggetti che per me sono, poi, i normali temi di studio. Propone un’amicizia con loro, arriva lesto dove noi astrofisici saremmo alquanto più guardinghi, più cauti. La poesia va più avanti, credo sia per questo. L’astrofisica è necessaria, certo. Ma serve a farsi superare, in un certo senso. Deve essere superata, secondo me, dalla sintesi poetica. O forse – cercando di dire meglio – non è tanto questione di chi supera chi, è piuttosto questione di entrare in dialogo. Poesia e scienza che dialogano, componendo un tessuto polifonico delicato e profondo, ognuno accordandosi al proprio specifico canto. Non c’è da tradire sé stessi per incontrare l’altro, c’è essere sé stessi fino in fondo. La vera poesia si incontra facilmente con la vera scienza. Almeno dai tempi di Dante è così, del resto.

Nel Gruppo Storie di cui faccio parte, abbiamo intervistato Claudio, qualche tempo fa, per un progetto chiamato Destinazione Futuro, che è stato ospitato nella pagine di Edu INAF (il magazine di didattica e divulgazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica). Tra i temi toccati vi era quello – più che mai attuale – della ricerca di altre forme di vita nell’Universo. Tema che compare anche in questo libro, specificamente declinato su un registro di quieta attesa e luminosa speranza.

Può essere, uomini che abitate nelle stelle,
che noi non ci incontreremo mai
perché siamo troppo lontani.
Può essere allora che solo ci incontreremo
col pensiero, comunicando a distanza,
forse sarà lo stesso una conoscenza molto bella
anche se non potremo toccarci,
una conoscenza che ci aprirà la mente
e ci darà una gioia immensa.

Che è poi il mistero dell’essere, recepito come bene per sé, prima di tutto. Tu sei un bene per me, ricordo, era il titolo del Meeting 2016, ma è anche un punto di riflessione praticamente eterno, da riprendere continuamente. Gli alieni come un bene per noi, la possibilità – anche senza toccarci – di una gioia immensa. Ecco che la poesia sorpassa i miei timori, le mie riserve, spalancandosi in una apertura affermativa. Dire poesia è dire continuamente di sì, secondo me. Anche se si sta scrivendo qualcosa di drammatico, di tragico. C’è come un’opzione di fondo per un sì, senza la quale – a mio modo di vedere – non si può scrivere un bel nulla (e intendo il vero sulla, non il vuoto fisico, che brulica di particelle e antiparticelle che vanno e vengono all’impazzata).

Dai neutrini agli alieni, mi pare di scorgere un filo rosso che percorre queste pagine. Si tratta alla fine di rendere pieno di significato questo spaziotempo, ovvero di renderlo di nuovo abitabile. Questo Claudio lo sa, anche questo ci racconta.

Il nostro essere come ogni essere,
uomo, animale, cosa
ha uno spazio e un tempo e in questo spaziotempo
tutto esiste e la sua esistenza è unica…

Alla fine è il senso del mistero, credo, il vincolo più forte che accomuna il poeta e lo scienziato, è il campo da gioco sul quale si incontrano, perché ognuno di loro, se segue un percorso autentico, arriva certamente lì. Il poeta è da sempre abituato al senso del mistero, lo scienziato (sovente più testardo) ormai ci è arrivato anche lui, se deve ammettere – suo malgrado – che conosce appena il 5% di tutto ciò di cui è fatto l’Universo.

Il mistero è così fitto
e noi così fragili
che non ci sono speranze
o meglio, possono esserci solo speranze,
la speranza è la nostra scienza.

Mi fermo qui, perché in questa nuova definizione di scienza io ci posso dimorare. Posso prenderla per me, ruminarla, provare a portarla dentro il mio lavoro quotidiano. Vorrei fare anche di più: baciarla, sposarla. Perché in questa nostra scienza sento che siamo tutti uniti, siamo unici, siamo una cosa soltanto.

Fare poesia, fare scienza con la consapevolezza di partecipare ad un’opera comune, una comune umanissima costruzione. Così anche i neutrini, quasi spontaneamente, torneranno a stupirci, ad innamorarci. Non solo a passarci attraverso.

 190 letture su Stardust,  2 oggi