Blog di Marco Castellani

Mese: Luglio 2016

Terrorismo (e ortofrutta)

Devo dirlo, devo ammetterlo. Sono (quasi) stato un terrorista.
E non una. Ma tante, tante volte.
Non nel senso punibile dalla legge, probabilmente. Ma certamente nel senso di ammalato di terrore, nel senso di un incredibile impoverimento interno che poi porta comunque a questo: ad aspettarsi che la vita (tua, o degli altri) cambi non per un lento e fiducioso lavoro, ma per un gesto, un avvenimento eclatante, roboante.
Mi direte magari che non è terrorismo, in senso proprio. Eppure è già qualcosa di vicino, è già un avvicinamento ad un certo ordine di idee.
Quello opposto, esattamente opposto, alla bellezza, alla poesia.
Così in questa alternanza di governi che si contendono la mia anima, molte volte ho fatto il favore della parte sbagliata. Tutte le volte che ho smesso di stupirmi per il fiorire di evidenze e di piccola ma tenace poesia del quotidiano che accadeva intorno.
Per rimanere nel concreto, nella vita quotidiana: tutte le volte che sono passato vicino ad un banco di ortofrutta, e ho rinunciato a stupirmi per la panoplìa di colori e profumi che mi era liberamente posta davanti, scegliendo magari di seguire qualche filo di pensieri — certamente più grigio e meno imprevedibile.
Insomma, avete capito. Tutte le volte che ho smesso di guardare.
Di mantenere un contatto aperto con la stupenda non linearità del mondo e mi sono lasciato sedurre dalla linearità malata del pensiero interno (malata sempre, quando non guarda).
Certo non la sto facendo semplice. Non auspico una maggiore frequentazione di banchi ortofrutticoli come soluzione al regime del terrore, che quest’onda di nichilismo efferato (mascherato da guerre tra religioni) sta tentando di imporre al mondo e prima ancora alle nostre coscienze, no.
Il problema è complesso e va affrontato in modo completo, di certo.
Dico solo questo, dico appena che nella lotta ad ogni regime del terrore, ad ogni impalcatura organizzata di violenza, l’educazione alla bellezza non può essere lasciata da parte. Mai.
Perché i demoni non odiano semplicemente il bello — di più: non lo sopportano.
Perché è la via di accesso ad un altro ordine mondiale.
Quello della vita.
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Metti un astrofisico a Trevi

No, non è affatto immediato realizzare sempre e comunque di essere un astrofisico. Ci sono situazioni e momenti privilegiati, dove ti accorgi che la parola ha un suo determinato effetto. Se vogliamo magari dirlo in maniera scherzosa, dove comprendi che te la puoi vendere bene.
Così è accaduto nella scorsa settimana, e quello che è accaduto mi ha versato nel cuore una buona dose di stupore e — ultimamente — anche di gratitudine.
Tovagliolino di un pranzo a Trevi, scherzosamente istoriato da Andrea Bellaroto
Perché gratitudine? Perché da questa posizione privilegiata — certo a volte scomoda ma indubbiamente privilegiata (i.e., quella di un astrofisico cui la scienza va un po’ stretta se non si ibrida e non si confronta continuamente ed accanitamente con le altre branche del sapere umano)— capisco che si riesce a vedere bene, si riesce a vedere molto.
E non sto parlando appena della posizione o della luminosità delle stelle.
Intendo, dell’animo umano nonché dell’umanissimo desiderio di conoscere e di sapere. E leggere l’uomo attraverso le stelle (calmi, niente a che vedere con l’astrologia) ho scoperto nel tempo che rappresenta una modalità particolare, una posizione probabilmente anomala ma veramente privilegiata, per arrivare esattamente lì, al cuore dell’umano. Il centro vero e pulsante dell’Universo, se vogliamo.
E’ come se, in un certo senso, si dovesse andare lontanissimo, spingersi in alto fino a domandarsi cose anche un po’ scomode, come cos’è tutto quello che c’è intorno a noi, qual è la natura dello scenario in cui siamo immersi. E arrivando così in alto, ecco, si compie un giro, si connettono gli universi, si attraversano di schianto — per qualche ancora sconosciuta legge di natura — misteriosi ed elusivi buchi neri, per sbucare infine dalla parte più interna di tutte, nel centro esatto del cuore dell’uomo.
Perché il cuore dell’uomo sia così legato alle stelle, così in connessione con le stelle, questo non lo so. Ma lo vedo, lo avverto: è così. E più vado avanti, più capisco che è esattamente così. E che forse è il vero ed unico motivo per cui uno come me — con una forte passione per la letteratura e lo scrivere— abbia intrapreso questa carriera di studi così “scientifica”.
Sì, anche nel mio cuore per certi versi si chiude un cerchio. I conti cominciano a tornare — ed iniziano curiosamente a tornare proprio quando mi apro ad altri saperi oltre la matematica, oltre il regno delle scienze esatte.
Così ho attraversato i miei giorni di permanenza ad una settimana di seminari ed incontri decisamente interessante tenutosi a Trevi, L’insurrezione della nuova umanità (sull’incontro e sulle mie impressioni esterne al focus di questo pezzo potete leggerne sul sito Darsi Pace).
Ed ecco, quella frase buttata lì quasi per caso all’atto della mia presentazione, io sono un astrofisico, sì è presto rivelata un formidabile generatore di incontri, colloqui, conversazioni. Un catalizzatore indomito e potente di aperture, spunti, approfondimenti, domande, confronti. Fatti della pasta più preziosa che si può trovare in circolazione, fatti di vera umanità.
Vi avverto: sull’essere astrofisico in mezzo a tanta umanità in ricerca, potrei riempire un libro. Da chi mi raccontava dello stupore dei “suoi” soldati in Afghanistan davanti al cielo stellato, a chi mi domandava dei destini ultimi del cosmo, a chi voleva sapere cosa la scienza ci dice dei multiversi e delle proiezioni olografiche con le quali secondo alcuni modelli matematici si immagina l’universo, a discussioni su quel che dicono persone come la Giuliana Conforto, a tante tante altre ricche occasioni di dialogo.
Alla fine mi sono convinto che sì, c’è bisogno di più astrofisici in giro. Tanto che mi verrebbe da dire, conviene disperderne qualcuno un po’ in ogni ambiente (va bene anche uno per chilometro quadro, come prima stima).

C’è una grande fame di senso, di significato, avvertibile ormai a tutti i livelli.

Questo è abbastanza evidente per quasi tutti (ed è il motivo fondante, tra l’altro, di iniziative come quella di Trevi). Ma il fatto bello e forse non ampiamente meditato, è che questa domanda del chi siamo si incontra e si ibrida quasi inevitabilmente con la domanda del dove siamo. Dove siamo a vasta scala — ovvero cosa è tutto quello che esiste intorno a me.
E non per gioco, o per passatempo intellettuale: perché mi serve per capire cosa c’è dentro di me.

Non c’è niente da fare: devo (anche) capire dove sono per capire profondamente chi sono.

In fin dei conti è stato sempre così, fin dai tempi più antichi. Le stelle — lo sappiano o meno— hanno sempre avuto a che vedere con noi, con il nostro stesso destino. E se oggi giustamente rigettiamo l’astrologia come tentativo credibile di connessione tra l’infinitamente grande e il nostro piccolo, ci tocca comunque di fare il salto, di inventare ed abitare un nuovo modo di collegarci agli astri.
Voglio dire: se finalmente all’astrologia non ci crediamo più, al di là della curiosità o del folklore (e senza dimenticare comunque che per molto tempo è stata intimamente legata all’astronomia stessa, in maniera difficilmente rescindibile), forse vuol dire che da adesso in poi l’astronomia stessa si deve far parte di quella carica di umanità che comunque è parte vitale del nostro vivere e della nostra connessione con il cosmo.
L’astronomia, l’astrofisica si prestano assai bene a fare da cornice ad un nuovo modo di concepire la scienza nel suo insieme, ad una AltraScienza dove tutte le discipline possano non più contrapporsi ma accomodarsi l’una vicino all’altra, in modo dialogico e non conflittuale (quel modo che è stato il perno vivo dell’esperimento di Trevi).
L’astronomia, che scopre sempre di più di abitare un universo misteriosamente relazionale e compartecipe in qualche misura di quel che accade al suo interno, può e deve iniziare ora la paziente tessitura di un quadro nuovo della struttura del cosmo. Nel quale l’uomo, finalmente, può riprendere il posto che gli spetta: quel punto privilegiato in cui l’universo stesso si ricomprende e si abbraccia, in una misteriosa profondissima connessione con tutto.
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Casa di vacanza

Allora, per (almeno) un po’ i miei post saranno qui.
Il motivo invece si trova qui e anche qui.

Se venite a trovarmi, mi fa piacere. Tranquilli, c’è molto posto.
Una cosa, soltanto: le bibite fresche le portate voi?

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Allora Medium (un esperimento estivo)

Come alcuni di voi sapranno, da un po’ di tempo abbiamo avviato, in parallelo a questo antico sito – che da molto tempo carbura su un solido ed onorevolissimo motore WordPress – la sperimentazione di una pubblicazione su Medium. 

Medium è probabilmente una delle poche reali novità nel panorama della comunicazione web, forse la più convincente alternativa al classico (e un po’ obsoleto?) paradigma del blog, con il suo schema sedimentato di post/commenti/link, e così via (secondo una declinazione che ormai tutti noi conosciamo bene). Su Medium si può intervenire anche evidenziando alcuni passaggi di un certo post, oppure inserendo un commento relativo ad una frase, ad un paragrafo. Questo chiaramente apre la strada ad un modo di interazione e di relazione che è attraentemente più granulare e puntuale dello schema “ortodosso” al quale siamo così assuefatti da non porlo probabilmente più in discussione.

Ebbene, coerentemente con il nostro approccio empirico, abbiamo scelto anche davanti a questa opportunità di sperimentare. Usiamolo seriamente, e vediamo come va – cosa accade, in termini di visibilità dei contenuti ed interazioni con i lettori.

Per darci una ragionevole possibilità di provare, fino al giorno di Ferragosto (tanto per darci una data) GruppoLocale pubblicherà (quasi?) solo su Medium, e dunque questo sito rimarrà sostanzialmente “in attesa”, a parte ovviamente le attività di commento ai post.

gruppoLocaleMedium

Al termine del periodo di prova, avremo sicuramente più dati per capire quale binario seguire (o se continuare a seguirli entrambi). Per chi è interessato alle nostre tematiche, dunque, l’invito esplicito è a registrarsi su Medium e partecipare alla nostra pubblicazione, utilizzando appunto le interessanti possibilità di questa piattaforma. All’inizio può essere un po’ spiazzante, può essere una piccola sfida quella di comprenderne le modalità di funzionamento, ma con un po’ di pazienza e soprattutto con le ottime guide disponibili, la cosa è senz’altro fattibile.

Eccoci dunque pronti per valutare una altra opportunità. Nel tempo, GruppoLocale è passato da un sito “fatto a mano” (scrivendo espressamente tutto l’HTML necessario), a PostNuke, poi a eNvolution… infine siamo approdati su WordPress, un motore certamente molto ben fatto e molto stabile.

Potremmo fermarci qui, certo. Però noi siamo così, ci piace fare esperimenti. Ci piace imparare facendo, come del resto si fa per comprendere il mondo fisico, da Galileo in poi 🙂

Dunque si prova, si ragiona, si traggono le conclusioni. Il nostro laboratorio è aperto e al lavoro!

A proposito, non trascurate di lasciare anche un commento anche breve in calce a questo articolo, per esprimere la vostra opinione (come si dice, ma davvero, il vostro feedback è la cosa più preziosa).

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Mediterranea 2016, l’avventura continua!

A volte ritornano, potremmo dire. E a volte sono proprio le cose belle che ritornano. Sono anche le occasioni sincere di fare esperienze nuove e profonde, che possono ripetersi. Perché non tutto sfiorisce in un giorno, perché una costruzione lenta può avvenire, qualcosa che umilmente sfida il nostro abituale cinismo, semplicemente accadendo. Avviene, infatti.

L’esperienza di Mediterranea dello scorso anno (alla quale ho avuto l’onore di prendere parte come docente) è stata già debitamente raccontata in questo ambito, come pure ha avuto una buona ricaduta in altri contesti, nonché una discreta copertura da parte dei media (qui citiamo per concisione appena Repubblica.it e  ANSA). Soprattutto è stata una esperienza che ha arricchito, tanto chi vi ha partecipato come studente, quanto chi è salito a bordo in veste di “professore” (per poi trovarsi a mettere in gioco tutta la propria umanità, come inevitabilmente avviene in navigazione). Ma credo di poter dire, è stata una esperienza intrigante anche per l’equipaggio, alle prese con un esperimento “accademico” innegabilmente sui generis.

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Mediterranea a Orounopoli (AThos) Dalla gallery del sito Progetto Mediterranea

Dunque, ecco la notizia. Grazie ad una serie di circostanze favorevoli (tra le quali una attenzione che di questi tempi oserei definire illuminata, da parte dell’ufficio divulgazione del mio ente, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, e la appassionata disponibilità di Progetto Mediterranea e del Consorzio Interuniversitario per la Fisica Spaziale) sono molto lieto di poter scrivere che quest’anno l’esperienza di Mediterranea si ripete.

Si sono infatti aperte da pochissimi giorni le iscrizioni per la selezione dei cinque ragazzi che potranno salire a bordo del bel Mikado 56 di Progetto Mediterranea, per una intera settimana (dal 24 settembre al primo ottobre), e così prendere parte in tal modo ad una esperienza formativa davvero unica, che permetterà loro di unire l’apprendimento dei misteri del cosmo e di quelli delle navigazione, in un contatto ideale che riprende e al contempo chiarisce l’unità inscindibile dell’umano desiderio di conoscenza e di avventura, sia esso tra i mari intorno a Cipro (come sarà per questa edizione) o tra i quasar più remoti.

Per partecipare alla selezione – che avverrà essenzialmente per merito, come per lo scorso anno – è necessario essere iscritti alla facoltà di Fisica o Astrofisica, in una università italiana, e non avere compiuto il ventiquattresimo anno di età. Per i particolari comunque rimandiamo alla necessità di una attenta lettura del bando ufficiale, che è appena stato diffuso ai rettori delle varie università (e che contiene anche una dettagliata panoramica delle lezioni che si terranno a bordo). Il termine ultimo per la presentazione delle domande di partecipazione è fissato al giorno 25 luglio. 

Un’ultima cosa, prima di lasciarvi alla compilazione del bando. Per avere un “assaggio” di quello che è stato Mediterranea nella sua prima edizione, quella dello scorso anno (che si è svolta al largo delle coste turche, presso lo stretto dei Dardanelli) oltre a dare una scorsa ai resoconti già citati, è magari utile prendersi un paio di minuti per vedere – o rivedere – il bel video realizzato da Media INAF, che riesce a catturare e diffondere efficacemente buona parte dell’aspetto anche stimolante e intelligentemente giocoso che ha accompagnato la settimana in barca.

Questo è lo spirito di Astrofisica su Mediterranea, in ultima analisi. Conoscere, crescere, capire, viaggiare la diversità (di ambienti, di popoli, di concetti), in maniera amichevole e relazionale. Scartando ogni approccio astratto ed accademico, dunque, e piuttosto giocandosi in prima persona come soggetti aperti, disponibile ad incontri: soggetti europei (e mai come adesso è forse necessario rilanciarlo) e abitanti del Mediterraneo, culla di civiltà antichissime e di tradizioni che dobbiamo riprendere, per dare maggior peso e significato al nostro essere uomini in questo millennio.

Una settimana, dunque, per imparare, conoscere e mettersi in relazione. Per prepararsi sempre meglio a vivere ed operare in un mondo che cambia in fretta. Oggi più che mai.

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