Blog di Marco Castellani

Mese: Marzo 2019

Migranti… cosmici

Ci siamo un po’ tutti abituati, e dobbiamo sempre lottare per sgretolarla, questa abitudine. Ci siamo abituati a pensare noi stessi e il cosmo come stazionari, e a ben vedere una cosa rafforza l’altra. Nella nostra mente si deposita il pensiero pigro, quello dell’assenza di novità, della mancanza persistente di cambiamento. Combattere questo pensiero è ritornare ad una economia della mente e del cielo (guarda un po’, abbastanza collegate) più sana, ariosa, bella e spaziosa.

Meno male che ci aiutano gli esempi, meno male che ci sono loro, i fatti. Quei fatti così testardi che almeno un po’, almeno per un po’, possiamo riconsiderare l’abbandono del modello stazionario, assolutamente smentito dall’evoluzione del pensiero scientifico stesso.

Prendiamo in esame, per esempio, questa bellissima coppia di galassie.

Crediti: NASAESAHubbleProcessing & LicenseJudy Schmidt

Il sistema di galassie si chiama Arp 194 e l’immagine, questa bellissima immagine, è stata acquisita dal Telescopio Spaziale Hubble. E’ evidentissimo il ponte di stelle in formazione che unisce le due galassie: questo ponte, la cui esistenza – se non bastasse vederlo – è stata anche confermata da accurate simulazioni al computer, su cosa accade quando due galassie collidono.

Proprio le simulazioni ci dicono che le due galassie si sono attraversate, circa cento milioni di anni fa. Il risultato di tutto questo è appunto un “ponte di stelle” bellissimo e luminoso, che mantiene la connessione tra i due ambienti, ora di nuovo lontani (ma che sono destinati a fondersi in una singola galassia, nell’arco temporale di un miliardo di anni). Che poi, se guardate proprio bene, scoprirete che le galassie non son due, ma sono tre… a rendere il gioco ancora più vivo!

Le galassie dunque migrano, si intersecano, si attraversano e spesso proseguono per la propria strada. Oppure si accorpano, si fondono e diventano una sola galassia. Comunque vada, di solito l’incontro è tranquillo, non conflittuale: gli ampi spazi vuoti tra le stelle rendono il processo certamente meno terribile di quanto si potrebbe pensare.

E’ così, è proprio così. Le galassie si modificano, si muovono, si cercano (gravitazionalmente parlando), interagiscono tra loro. Niente è statico, nel cielo. Niente rimane uguale a sé stesso. Tutto cambia, giorno per giorno. Tutti cambiamo, ogni giorno.

Anche noi, se le previsioni sono esatte, incontreremo la galassia di Andromeda, tra circa quattro miliardi di anni. Ma potrebbe essere solo una testimonianza ulteriore del fatto che tutto evolve, nel cosmo.

E in noi, se lo lasciamo accadere. Se ci lasciamo evolvere, appena.

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Sassi e luci, quella storia che continua…

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 
Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po’, speriamo. Comunque (se non altro) è l’argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c’è la funzionalità Always on Display.
E che io sappia, non c’è (ancora) nel mondo Apple. C’è chi la vuole, comunque. E giustamente. 
Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 
Che quando non lo usi è come un sasso. 
Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 
E’ mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 
Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.
Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.
Un sasso non presenta un display ricco di informazioni… 
Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po’ come la antica lucina (che c’è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po’ meglio. Perché mi porta un po’ più di informazione: oltre a sapere che c’è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 

Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  – non ci sono santi – se non compare l’icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l’istante in cui si attiva per segnalare l’arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l’aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po’ inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l’idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt’altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi. 

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Questo nostro mondo…

Lo sappiamo, a volte il modo più efficace per non comprendere qualcosa, è esattamente quello di starci dentro. A volte è necessario un po’ di distacco, per poter ragionare in modo pacato e comprensivo, senza farsi catturare dai complessi meccanismi di azione e reazione, di possesso e non possesso, con i quali combattiamo ogni giorno. Soprattutto, per far sì che la ragione dialogica ceda il passo allo stupore, si faccia da parte consapevole che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. 

Quell’oceano sconfinato che esonda dal nostro pensare spicciolo, e si percepisce (e si inizia a godere) soltanto allargando lo sguardo.

Non è strano dunque, che anche la persona più propensa ad ammirare le meraviglie dello spazio profondo, a studiarle ed indagarle e magari a discorrerne, nel proprio quotidiano mestiere di vivere si dimentichi dell’ambiente incredibile che ha intorno a lui, si scordi del pianeta meraviglioso che abita, insieme a tanti altri esseri viventi. Si perda per strada una parte importante di stupore possibile.

Bei discorsi, mi direte. Magari, mi direte anche, buttarsi in mezzo al traffico, compressi in file a lento movimento dopo appena mezzo caffè e ancora una notte da metabolizzare bene, non aiuta. Comprendo.

Meglio allora stare a chi si sveglia con un panorama un po’ diverso (e vede le cose da un ambiente in cui il traffico non è ancora il problema)..

Crediti immagini: NASA

Questa è l’immagine che l’astronauta Annie McClain ha mandato su Twitter il 21 del mese di febbraio, accompagnata dalla frase (mia libera traduzione) “Buon giorno a tutto questo mondo stupendo, e a tutte le stupende persone che lo abitano, che lo chiamano casa” .

Niente. Perché a volte bisogna guardare le cose da lontano, per capire quanto sono preziose. Quanto sono uniche, in tutto l’Universo.

E quanto siamo unici, anche noi.

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Una nuova Europa digitale

Sono momenti particolari, quelli in cui viviamo. E’ proprio un’epoca straordinaria, unica. Dove il dato digitale orma interferisce con la vita reale nel senso che influisce – con inedita decisione – su quest’ultima. Il digitale, la grande rete (diciamo, Rete), è un mondo che innerva il nostro mondo, in una rete biunivoca di infinite corrispondenze. 
Avendo vissuto un’epoca in cui praticamente nessuno si occupava della Rete e dei fenomeni ad essa collegati, che pure sono stati vivi fin da subito, trovo significativo che ormai la stessa Rete trovi spazio in ogni serio documento che, dai punti di vista più disparati, si ferma ad analizzare lo stato delle cose e le possibili soluzioni per un cambiamento. 

Non fa eccezione il recentissimo manifesto di Emmanuel Macron intitolato “Per un Rinascimento Europeo” che è stato pubblicato in diverse lingue (tra cui quella italiana) sul sito dell’Eliseo. Non ci interessa in questa sede entrare in una analisi politica del testo, non è assolutamente nostro compito o nostro obiettivo. Stiamo al nostro focus che è di analizzare ciò che accade dal punto di vista specifico di come la tecnologia entra e modifica il quotidiano. 
L’Europa, è anche una serie di connessioni, è una autostrada digitale.
Da tenere pulita, aperta, libera, neutrale. 
In tal senso, il documento ha alcuni passaggi di deciso interesse. Nel paragrafo Difendere la nostra libertà, in esso si può infatti leggere

Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti.

Ed è chiarissimo il riferimento a come i social media siano stati recentemente usati (e possono esserlo, sempre e di nuovo, in modi più o meno leciti) per influenzare l’opinione pubblica in un ambito così delicato come quello elettorale. Usati da privati e da potenze straniere. Riconoscerlo è un primo modo di difendersi: riconoscere il problema è un primo passo verso la soluzione.

Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyberattacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. 

Si delinea infatti una strada possibile. O almeno, si individua un percorso possibile per una soluzione. Soprattutto, si mette in luce correttamente un problema.

Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.

Questo, infine, potrà sembrare utopistico per taluni. O forse potranno sembrare belle parole. Trovo comunque saggio e interessante che venga scritto nero su bianco, che venga – per così dire – individuato chiaramente questo bisogno.  
Si dice in un altro punto del documento, che 

L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. 

Quel finalmente, mi pare, balza fuori come una concessione quasi al parlato, rispetto alla struttura formale del documento. Ma dice bene come i nostri bisogni di connessione, di comunicazione, passino in maniera sostanziale nella Rete. E che bisogna tutelarne l’ambito, dissodarla e coltivarla come un giardino, perché appunto anche la sua pulizia non è mai acquisita. 
Ma è bello metterlo a tema e lavorarci, è sano.
Verso qualsiasi parte politica si propenda. 
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Confine

Ecco una parola che è tempo di aggiungere al mio personale vocabolario, questo progetto in lenta progressiva formazione. Confine. Il confine è interpretabile in una varietà infinita di modi, in tantissime situazioni. La prima cosa che mi viene in mente, è che il confine ha una fondamentale funzione positiva, di identificazione. Separando me stesso dal resto del mondo, io inizio a esistere, io esisto in quando entità separata dal resto del mondo, in prima istanza. Devo però comprendere questa separazione, devo ragionarci bene affinché non mi porti fuori strada, non mi faccia impantanare nella angosciosa illusione dell’autonomia, per citare una frase significativa di Don Giussani. 
In realtà è in una certa polarità dinamica del confine si gioca tutta la partita. Perché un confine ci vuole, è una buona cosa, e questo va detto. Vi immaginate una cellula senza membrana cellulare per esempio? Come farebbe semplicemente ad esistere? Dunque una separazione, che è in realtà una convocazione, una chiamata all’esistenza. Esisto in un luogo specifico, un luogo definito. Esisto perché non sono tutto il resto, sono qui. E il rischio sarebbe quello di rimanere a questo esisto, come fosse qualcosa di compiuto, di definitivo, di acclarato.
Non è così. Ed eccola la polarità dinamica, affascinantissima, di questa parola. Il confine è felicemente contraddittorio, perché esiste, in qualche misura, proprio per essere violato. Le barriere esistono per essere superate. Infrante. Io esisto perché mi impegno coscientemente in una violazione perpetua dei confini, in una continua disgragazione del sovranismo latente che un certo pensiero in bassa frequenza mi vorrebbe far adottare, come difesa preventiva, come atto implicito di calcolata ostilità verso il mondo. Invece, coltivare la fiducia è aprire i confini, forzarli, allargarli, vedere cosa accade nel passaggio (tentativamente regolato, certo) di merci e persone, anche e soprattutto attraverso i miei confini. 

Del resto, se rimango nei miei confini, se chiudo i porti all’arrivo del nuovo, dell’inatteso, all’inizio mi sento al sicuro. Di primo acchito, al primo impatto, mi può anche sembrare una gran buona idea, una ottima idea. Però alla fine mi stufo, mi annoio. Mi deprimo. Il sovranismo eccessivo di me stesso mi porta alla depressione. Capisco che sto remando contro il flusso dell’universo, così facendo. Sottraendomi da questa dinamica di scambio, mi sto impoverendo. Sono nato per contaminarmi, per ibridarmi, per rischiarmi nel confronto dialogico. Io esisto e acquisto sapore, consistenza, in quanto decido volontariamente per l’apertura dei mie porti, verso l’esterno.

Non è automatico, deve essere una mia decisione, riesaminata e rilanciata ogni istante. Devo inserirlo come punto centrale del mio personale contratto di governo (di me stesso). Niente in tutto questo è automatico: è questo il bello.

In me stesso ci sono infinite sollecitazioni a varcare i miei confini. Ce l’ho incorporate, in pratica. E’ fin troppo ovvio pensare all’ambito affettivo, ma vale la pena vederlo in questa luce. Sì, perché il rapporto d’amore è una violazione consensuale di confini, in fondo. Confini emotivi e confini fisici, anche. Nel rapporto sessuale, i confini stessi dei corpi vengono rinegoziati, rimodulati, almeno per un certo lasso di tempo. Lo dice benissimo il secondo capitolo di Genesi, e non si può dire con miglior poetica precisione, i due saranno una carne sola. Ovvero, qui i confini non sono nemmeno più negoziati, sono proprio aboliti, in un atto totale di fiducia, di abbandono. Rinuncio deliberatamente a mantenere un preciso controllo su come e quanto sono invaso, come o quanto invado: evado la logica sempre un po’ mercantile dello scambio, e mi abbandono. C’è un inizio di indicazione preziosa, anche: salendo in frequenza, progredendo nell’intensità del vivere, i confini si sfaldano, si stemperano. Svaniscono, idealmente. La gioia è vera quando è sconfinata, appunto.

In effetti, l’intero rapporto tra uomo e donna, che è frequentazione, assistenza mutua e convivenza, è affascinante anche solo a pensarlo, perché è una rinegoziazione quotidiana di confini, dei confini di due persone che accettano questa curiosa infrazione costante che a volte costa fatica, ma che viene accolta con la percezione luminosa di un mutuo vantaggio.

E’ una questione di sguardo, anche. Come guardo a me stesso e al resto. Si capisce: se mi percepisco unito al resto, alla fine tutto è mio, è parzialmente mio. Leggo come secondo alcuni studiosi il significato etimologico di Europa è ampio sguardo. Non so se è vero, ma è bellissimo. L’ampio sguardo mi rende disponibile verso un intreccio con entità diverse da me, in un interscambio delicato, difficile ma bello come un bacio. Il piccolo sguardo, al contrario, mi fa ricadere nel sovranismo spiccolo dove i veri governanti al potere sono i miei piccoli interessi, interessi poco interessanti alla fine. Anche se difficili da mettere in discussione, perché piuttosto refrattari al dibattito interno.

Lo sappiamo bene: è un combattimento, tenere le frontiere aperte. Perché la percezione del bene non è immediata, non è banale. La frontiera può essere varcata anche con cattive intenzioni. Aprendo la mia frontiera posso anche venire ferito, violato, umiliato, distrutto. Percepire che è un valore il rischio consapevole e accorto dell’apertura della frontiera, è materia di un mio personale lavoro.  Dire che l’altro è un bene per me implica – almeno come anelito – una volontà di riscatto dagli egoismi e dai particolarismi che tanto spesso mi incastrano. Ed è un lavoro anche questo (ma un bel lavoro).

Nessun sogno bellissimo ha dei confini, se ci fate caso.

Quindi il confine è una membrana che esiste per essere instancabilmente lacerata, come una ferita continuamente riaperta.

Quella ferita aperta, che ci mantiene vivi.


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