Blog di Marco Castellani

Mese: Ottobre 2020

Clamori (e calibrazioni)

Potremmo anche titolare, citando il sommo cantore, discese ardite e risalite. Viviamo infatti un’epoca in cui il sensazionalismo è d’obbligo, in un certo senso. Nella miriade di voci, nella continua strillata esuberanza dei mille canali della comunicazione di massa, ci si può far sentire davvero solo alzando la voce. Se tutti strillano, l’unica è strillare di più. O spararla grossa. Così anche nell’astronomia, ovviamente: che essendo una disciplina umanissima, non vive di vita propria ma assume i connotati tipici del tempo in cui viviamo.

Pare abbastanza significativo che ad una nuova (appunto) “clamorosa” scoperta di questi giorni – quella dell’acqua sulla luna (e per essere esaustivi, anche della riserva di ghiaccio d’acqua nelle zone d’ombra), si accompagni quasi in contemporanea un possibile (poderoso) ridimensionamento dell’altra notizia “formidabile” che aveva investito i media nemmeno tanto tempo fa, cioè quella della presenza di fosfina (probabile indicatore di attività biologica) nell’atmosfera di Venere.

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Il teatro dei sogni

In questo blog non ho mai veramente trattato del mio rapporto con i libri di Andrea De Carlo, non ho mai espresso il mio amore viscerale per la sua scrittura. Forse perché è un argomento troppo impegnativo, forse dovrei scrivere troppe parole, dovrei tentare qualcosa di eccessivo, sovrastante, ingombrante.

Del resto un vero amore è sempre eccessivo, è felicemente eccessivo, esorbita allegramente e spensieratamente dagli accorti (triti e ritriti) bilanciamenti di buon senso e ragionevolezza. Che diamine. Il vero amore è sempre intrinsecamente rivoluzionario, irrompe nel mondo non con un quieto vivere ma con la prospettiva irresistibile di cambiarlo, con la speranza robusta e inestirpabile di cambiarlo in meglio.

Allora penso, ci salveranno (in caso) persone innamorate, mica quelle addette alle infinite noiose microscopiche variazioni del ciò che è opportuno, o peggio del ciò che è doveroso. Mai più saggezza mai più cantava Ivano Fossati, pronunciando probabilmente una parola definitiva al proposito, alla quale tornare almeno una volta ogni tanto. Sono i sogni quelli che muovono il mondo, ci piaccia o no: rinunciando a sognare, il nulla avanza, il mondo sprofonda nella tristissima pretesa di sapere qualcosa di sé, e di gestirla.

Comunque. C’è la parola sogni nel titolo di questo libro, e non per caso. Perché è un libro di denuncia e di sogno insieme, e le due polarità si intrecciano in modo mirabile, grazie alla perizia di Andrea (questo è saper scrivere, sissignore).

C’è la denuncia, nel libro. Anzi, la radiografia molto precisa ed insieme ironica e quasi divertita (come deve essere, in un romanzo) dei meccanismi interni di due formazioni politiche molto popolari in questo tempo: non è molto difficile indovinare qual è il riferimento preciso per il Movimento Rivolgimento e per l’Unione Nazionale. Non è difficile proprio perché nel romanzo si percorrono le modalità di esistenza ed espressione che abbiamo imparato essere proprie di quelle compagini, con una freschezza d’attualità veramente notevole.

C’è anche il sogno, nel libro. La consapevolezza profondamente ristoratrice (oggi più che mai) della necessità di sognare in grande per non far scivolare il mondo nella miseria della mancanza di speranza. Perché alla fine è questo, alla fine è il sogno – la voglia e la capacità di sognare ancora – che fa da spartiacque tra i protagonisti del romanzo. Tra il marchese Guiscardo Guidarini, Agnese e (in parte) l’assessora Annalisa Sarmani e tutti gli altri, sindaci e faccendieri e responsabili di immagine e dirigenti di partiti e cronisti d’assalto e conduttrici televisive di programmi che riverberano il nulla più patinato ed ostinato. La differenza è che i primi ancora sognano, mentre gli altri sono parecchio più impegnati a recitare un ruolo: ruolo che trattengono con i denti sopportando la moderata e misteriosa infelicità, senza farsi più domande, senza pensare di uscire dalla finzione, di gettare la maschera.

Il nuovo, sia la scoperta di un antico teatro o un accenno di consonanza sentimentale, in fondo è accessibile solo ai primi, come solo i primi fanno la storia, mentre gli altri abitano il mondo senza incidere oltre le loro convenienze spicciole. I primi, si noti, non sono eticamente migliori dei secondi se non per questa decisione di tenere aperta la porta, non chiudere i conti, non rinchiudersi nel proprio ruolo (e questo nel romanzo si capisce).

Dunque è una differenza di attitudine, non di casta o di derivazione lavorativa o affettiva o territoriale o sessuale o altro. Per questo è bello, perché il romanzo sembra offrire a tutti questa possibilità. Non è quello che fai, ma come lo fai. Se ti metti ancora a giocare con il tuo ruolo, se ti fai sorprendere e sorprendi, è quello che fa la differenza.

E la trama, la trama non la racconto perché mi pare inutile, si trova già in rete d’altra parte. E anche, per me non è così importante. Dirò solo questo, che il romanzo si impernia sulla scoperta di questo antico teatro, che in realtà è una formidabile cartina di tornasole per svelare i moti dell’intelligenza e del cuore di una serie di persone che, per i più vari motivi, gli ruotano intorno.

Quello che reputo assai più importante, è il modo di scrivere di Andrea, che a mio avviso è totalmente unico. Il modo di far affiorare i sentimenti delle persone, anche. Quel canale privilegiato che parla direttamente con il cuore, quel modo di trasmettere per cui sento una corrispondenza viva e palpitante. Certi modi di accostare le parole e usare la punteggiatura, proprio. Mi accorgo di nuovo, leggendo questo libro, che scrivere è qualcosa di infinitamente morbido, modellabile. La sua scrittura la riconosco d’istinto, non so dire perché, ma la riconosco subito. Almeno nei momenti migliori, De Carlo è completamente inimitabile. Non è questione appena di essere bravo o no, ma di trasmettere su un registro assolutamente unico.

Il senso di umanità dei personaggi, poi. Anche quelli più discutibili, mostrano quel lato umano che li fa sempre e perennemente suscettibili di riscatto: ti accorgi che dipende da loro, appunto. Che anche una cronista d’assalto come la Del Muciaro, per dire, può fare il salto, può affacciarsi alla vita vera, se vuole. E non c’è un giudizio definitivo e chiuso su di lei. Come non c’è sugli altri. Se non appena, in realtà, un poco più incastrati nel ruolo appaiono i personaggi più appaiono potenti – in senso sociale e politico – se non altro perché per loro rivestire la maschera richiede una determinazione maggiore, più serrata e precisamente collimata, che sembra lasciare meno spazio a possibili scantonamenti. Ma anche lì, alla fine c’è una descrizione di atti, un giudizio anche forte e severo, ma aperto. Niente è già scritto, e in un certo senso ogni personaggio si gioca fino in fondo, fino in fondo può scartare di binario, cambiare strada.

Poi c’è il libro che ti piace e quello che ti piace meno, chiaro. Ad esempio il romanzo precedente, Una di Luna, non mi ha catturato davvero, mi è parso (nel complesso) giocato in tono minore, ho avvertito la mancanza di un affresco più grande, di un respiro di possibilità bella. Che qui invece ritrovo, felicemente. E perciò per me questo libro ha il gusto aggiuntivo di un ritorno, di assistere al ritorno di una persona che ti è cara, che ti è cara perché ti regala questo interlacciamento con il cuore, che ti è sommamente prezioso.

Ma quello che mi fa estasiare, su tutto, è la grammatica degli affetti. La descrizione precisa e dolce, dolcemente precisa, dei moti più lievi nel cuore, è qualcosa che mi riconduce di schianto al De Carlo che più ho amato, che amo da pazzi: da quando mi sono imbattuto nella sua penna con I veri nomi, fino al culmine di quel libro assolutamente straordinario e magico che per me rimane Durante.

Lo scrissi ad Andrea, una volta. Scrissi qualcosa come il difetto dei tuoi libri è che finiscono. Per i libri che ti affascinano, c’è questo problema, infatti. Che ti dispiace uscirne. Vedi le pagine che mancano alla fine, le soppesi (o guardi la percentuale di lettura sul Kindle, che si fa implacabilmente sempre più vicina al 100%) e avverti un senso crescente di disagio, di preoccupazione. Cavolo. No, non ti va di uscire. Non ti va di uscirne fuori, ormai. Del resto, è ragionevole. Come, hai vinto le mie difese, le mie diffidenze, hai costruito un castello di parole che mi parla davvero, sento tutti i personaggi del libro, mi metto nelle loro scarpe, soffro ed esulto con loro: i moti del loro cuore diventano i miei, per il magico potere della scrittura. E dopo tutto questo, mi chiedi di lasciare, di uscire?

Istintivamente, faccio resistenza. L’ho sempre fatta, davanti ad un libro che mi catturava. Con De Carlo l’ho fatta spesso. Qui se vogliamo, è esacerbata dal fatto che l’ultimo capitolo è veramente il culmine, è una chiusa geniale di impronta prettamente operistica (e non a caso si svolge in un teatro): i personaggi tutti insieme on stage in una sequenza davvero corale che è il cardine della narrazione ed insieme il momento in cui i nodi si sciolgono e si entra in un finale tanto sorprendente quanto – a pensarci dopo – perfettamente logico.

In questa fase terminale ogni personaggio entra in scena dovendo confrontarsi ormai senza scampo con l’opzione ancora possibile, di uscita in extremis dal nichilismo. È l’ultima possibilità dove ognuno gioca veramente se stesso.

Che sogni avete? Da dove vengono? Dalle pubblicità? Da internet? Oppure non ne avete nessuno? Cosa è successo ai sogni, dove sono andati? Sarà necessaria una catastrofe collettiva, perché si riprenda a sognare? Un blocco del nastro trasportatore che ci trascina a gran velocità verso il nulla?

Nell’intelaiatura delle diverse risposte si costruisce questo finale d’opera, dove l’emozione riprende piena dignità di esistenza e si propone come architrave ragionevole del tessuto del reale. Ripartire dalle emozioni, dall’affetto.

Perché quel che muove l’affetto è vero, è reale. Questo libro mi ha avvinto, tanto che sono ancora lì con i personaggi, passeggio nei luoghi del libro. Vedo quel teatro, e il teatro della vita politica italiana. E posso anche sorriderne, perché alla fine del libro capisco che c’è qualcosa che vola alto sopra tutte le manovre da piccolo cabotaggio, le convenienze spicciole. C’è voglia di fare, di migliorare.

C’è soprattutto qualcosa di lucente che non può morire, perché è profondamente radicato nel cuore di ognuno di noi.

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Toccando mondi lontani

Qualcosa di leggermente incredibile sta accadendo. E sta accadendo proprio in questa epoca. In questi mesi, questi giorni (mi verrebbe addirittura da dire, queste ore). Qualcosa che rivoluziona la percezione stessa dell’astronomia, dell’indagine scientifica dei cieli. La quale è sempre stata, lo sappiamo, una indagine sostanzialmente passiva, un registrare il dato come arriva a Terra, e da quello elaborare dei modelli, sempre più raffinati (ma lo sappiamo, pur sempre modelli, ovvero schemi del tipo tutto funziona come se…, ma niente che ci avvicini alla conoscenza totale del mistero della realtà).

Del resto, questa che viviamo – lo abbiamo più volte sottolineato – non è un’epoca qualunque, perché non tutte le epoche sono uguali. C’è una storia in atto, c’è una storia nell’universo e dunque in ogni storia che si rispetti (lo sa bene chi scrive romanzi o racconti) ci vogliono dei punti forti, momenti topici, istanti di svelamento improvviso, azioni repentine, frammenti di comprensione totale. Ogni storia è così, altrimenti diventa fiacca, non è una vera storia. L’universo è una storia perché (secondo i modelli attuali) nasce ad un certo punto preciso, cresce e si modifica: in altri termini, non è sempre uguale a sé stesso, come invece pensavano gli antichi.

Io credo che adesso stiamo vivendo un momento forte, per l’astronomia. Da pochissimo abbiamo una conoscenza dettagliata del cosmo, una conoscenza scientifica, intendo. Possiamo rispondere a domande del tipo quando è nato l’Universo, oppure quanto è grande, in modo plausibile e ragionevole (ed anche, falsificabile). Domande che per anni hanno dimorato esclusivamente nel territorio del mito. Domande che quando io ero bambino erano ancora avvolte in un alone mitico e fantastico, e in pochi anni sono entrate a pieno titolo nella scienza. Dunque tutto è avvenuto in una generazione, tutto sta avvenendo adesso.

Siamo dunque in fase di accelerazione conoscitiva, cosa che comporta un crollo anche di abitudini consolidate. Come quella di osservare il cielo, inteso come unico ambito di raccolta dei dati. Adesso si è aperto un canale più attivo, più partecipativo, che è quello di andare a vedere cosa c’è, cosa accade. Nel posto in cui accade.

Il segno discriminante è ovviamente tracciato dall’Apollo 11 e dagli astronauti che mettono piede sulla Luna, di cui poco tempo fa si è celebrato il cinquantenario. Quello è il punto di svolta, e segna veramente l’inizio di un nuovo approccio. In questi ultimi anni – presenza umana a parte – sonde di ogni tipo sono all’opera nel Sistema Solare (e anche oltre) per recuperare il dato scientifico in situ aprendoci ad una conoscenza che solo la prossimità con l’oggetto del conoscere, rende possibile.

Una immagine della sonda Osiris-Rex a contatto con l’asteroide Bennu (Crediti: OSIRIS-REx, University of Arizona, NASA, Goddard Scientific Visualization Studio)

Un altro punto forte di questa storia di incontri ravvicinati è senza dubbio ciò che è accaduto esattamente l’altro ieri, quando la sonda Osiris Rex della NASA ha prelevato – in una manovra senz’altro tra le più complesse mai tentate – pochi preziosi grammi di polvere e frammenti di roccia dall’asteroide 101955 Bennu, lontano da noi circa ben 322 milioni di chilometri.

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