Blog di Marco Castellani

Prendere il latte

Stavo riflettendo un poco sugli ultimi post, quello di ieri in cui mi sono permesso qualche ricordo in merito alle dispute sull’età dell’universo, ma anche quello sull’imminente lancio di Euclid, la sonda che dovrebbe dirci qualcosa di definitivo (si ritiene) sulla natura della materia e dell’energia oscura.

Se c’è qualcosa che mi ossessiona in questi tempi (tralasciando le cose inconfessabili, ovviamente) è l’idea che l’astronomia, la cosmologia devono tornare dentro la quotidianità, dentro la vita ordinaria, altrimenti non servono.

Siamo in tempi particolari, siamo nel bel mezzo di un cambiamento d’epoca (un momento fatale e di rottura della storia lo definisce propriamente il testo della Carta della Nuova Umanità, che ho firmato assai volentieri), sfioriamo una guerra mondiale, insomma sembra che le occasioni per perdere tempo siano meno interessanti rispetto ad altre circostanze storiche (e curiosamente, questo mondo invece ci propone sempre più occasioni per svagarci). Credo che la domanda di significato investa la nostra esistenza con una forza nuova, e raggiunga con inedita potenza tutte le nostre attività, domandandone ragione in modo più appassionato, più deciso.

E ritengo che l’età dell’universo sia qualcosa di più di un numero, di una stima. Almeno, lo sento per me. Mi immagino in una azione quotidiana, semplice, tipo comprare il latte. E sento che è diverso, se io lo faccio con un angolo della mente che si chiede se il cosmo abbia dieci miliardi di anni o venti, oppure se lo faccio con la relativa sicurezza che l’età del cosmo è (come si diceva ieri) 13,8 miliardi di anni. Se nel secondo caso c’è una certa confidenza che una cosa si è capita, nel primo caso c’è uno spazio di mistero entro cui la mente può giocare, può muoversi.

Ora io sono davvero contento di conoscere l’età dell’universo (sempre in senso fisico, ovvero come nozione falsificabile, non certo come dogma): come dicevo ieri, è una risposta che da bambino non mi sognavo mai avrei potuto avere, nel senso scientifico della faccenda. E tutti i nostri antenati – pensiamoci – non l’hanno mai avuta. Però anche il mistero mi piace, mi serve. Me ne sto rendendo conto, io non sopporterei di vivere in un universo del tutto conosciuto, senza più incertezze, senza misteri, senza che vi sia più bisogno di domandarsi nulla.

Se per esempio Euclid ci dicesse – facciamo dopo un paio di mesi di attività, per non precipitare le cose – ecco la natura della materia oscura è questa, la natura dell’energia oscura è quest’altra sarei da un lato contentissimo, dall’altro mi verrebbe anche un certo mal di pancia. Io desidero ardentemente che l’universo fisico rimanga un luogo (in parte) misterioso, non del tutto conoscibile dalla logica umana: o almeno, non conoscibile mai totalmente, ad ogni epoca.

Non pretendo di argomentare razionalmente questa mia propensione ad una certa penombra, che mi pare però garantisca spazi di libertà. Io voglio poter andare a prendere il latte (e mi sovviene della canzone famosa anche se non aveva appigli direttamente cosmologici ma sentimentali) con uno spazio aperto di domanda, di interrogazione aperta sul cosmo. Conosco l’età del cosmo, ma mi posso sempre sperdere nel fatto che – al momento – non conosciamo di cosa sia fatto il 96 per cento di tutto quanto. Ed è un bel motivo per essere meravigliati: dalla nostra conoscenza (età dell’universo) mischiata alla nostra somma ignoranza (materia ed energia oscura). Una situazione ideale, a mio avviso, per andare a prendere il latte (o i carciofi, o andare ad un appuntamento, ad un aperitivo, ad un incontro amoroso), con la mente aperta alla libertà che solo una cosa non conosciuta può dare.

Buon per me, buon per tutti forse, che l’universo ha sempre reagito allo stesso modo davanti al progresso della nostra conoscenza. Ogni volta che scopriamo qualcosa, sistematizziamo qualcos’altro, facciamo luce su alcune dinamiche, lui subito rilancia raddoppiando (o decuplicando) la posta e mostrandoci nuovi enigmi. Sempre più fini, che prima non vedevamo perché non avevamo raggiunto quel grado necessario di finezza. Che avrebbe capito Laplace se gli si fosse parlato di materia ed energia oscura? Che avrebbe capito Galileo se gli si fosse accennato alla fisica quantistica? Che capiremmo noialtri se una donna o un uomo venisse giù dal futuro (diciamo) parlandoci dello stato della fisica teorica nel ventiquattresimo secolo? Credo non capiremmo nemmeno di cosa ci stia parlando.

Sono molto incuriosito da cosa ci farà scoprire Euclid. E ancora di più – per quanto si è detto – dalle nuove domande che, inevitabilmente, si apriranno.

Loading

Previous

Una risposta che non pensavo possibile

Next

Lampi su Giove

4 Comments

  1. Sandro Mancini

    Caro Marco, ogni volta che mi sforzo di pensare filosoficamente un’esperienza, mi ricordo sempre che il mistero è all’origine e ala fine dei nostri percorsi mondani, ma che comunque è penultimo, non ultimo

    • Marco Castellani

      Caro Sandro, molto acuto questo tuo commento, non ci avevo riflettuto. Grazie e continua a commentare se vedi degli spunti, mi fa piacere!

  2. Luigina

    È proprio condivisibile il commento sui prossimi dati che potrebbe fornirci Euclide,da un lato sazierebbe la nostra sete di maggiori informazioni,che sono certo il progredire della scienza, dall’altro ci sentiremo un po’ defraudati da quel “necessario”alone di mistero che rende più affascinante l’intrapresa di un percorso.Banalmente senza esso verrebbe a mancarci proprio il desiderio di ricerca che ci attrae in modo divinamente inesorabile

    • Marco Castellani

      Cara Luigina,

      sì, come scrivevo, un po’ sento anche io questo poter essere “defraudati” da un senso di mistero che è prezioso, comunque penso che Euclid alla fine non ci “ruberà” niente, perché dovesse risolversi qualcosa (e non è detto) si apriranno istantaneamente nuovi scenari, si affacceranno nuovi misteri… Grazie del tuo commento!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén