Di ritorno da Bennu

Eccola in dettaglio, la capsula di una cinquantina di chili, ottanta centimetri di larghezza. Sganciata sul deserto dello Utah dalla OSIRIS-Rex, la capsula appare sufficientemente provata dalle altissime temperature sperimentate durante la sua spericolata discesa attraverso la densa atmosfera terrestre. Ma è integra.

La capsula con il materiale proveniente da Bennu, aspetta paziente che venga prelevata ed esaminata… (Crediti: NASA/Keegan Barber)

Come si diceva nell’articolo precedente, contiene un quarto di chilo di regolite prelevata dall’asteroide Bennu. E diligentemente portata sulla Terra.

La capsula sarà aperta in un nuovo laboratorio costruito per l’occasione, dove gli scienziati e gli ingegneri completeranno il processo di unboxing e sveleranno al mondo – in un evento che si potrà seguire in diretta – il suo contenuto, il giorno 11 di ottobre.

Più che la diretta dello spacchettamento – che non penso sia poi di grande impatto mediatico – rimango intrigato dal pensiero di questo materiale proveniente da un altro mondo, un mondo totalmente diverso dal nostro (come è la vita su un piccolo asteroide?) e distante dal nostro milioni di chilometri.

Ne abbiamo fatta di strada, da quando osservavamo la meraviglia di un cielo stellato sentendoci completamente avvinti, presi da una realtà bellissima, però inaccessibile, fuori dalla nostra portata. Ora il rapporto tra noi e il cosmo è sempre più di condivisione e (salutare) contaminazione. Ci siamo portati a casa un pezzettino di cielo, cerchiamo di capire bene cosa ci dice, cosa ci suggerisce.

Lo spazio è qui, ha toccato terra. Più nessuna separazione, ormai. Tutto quello che ci aiuta a percepire questo, sempre più nitidamente, sarà stato utile. Ci avrà fatto crescere: pronti, per nuove imprese, per nuove sorprese.

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