Blog di Marco Castellani

Tag: coronavirus

Cosa è la scienza

Sono anni difficili. Il ragazzo alla cassa del supermercato notava stamattina, giustamente, che nemmeno si è usciti dal COVID che già si affacciano alla coscienza le avvisaglie di una nuova guerra mondiale (e speriamo che così non sia).

Forse sono i tempi esatti per chiedersi di nuovo, la natura delle cose, delle parole. Smettendo di dare tutto per scontato. Sono infatti tempi rifondativi, o tempi di collasso. Quel che è tolto di mezzo, brutalmente, è la possibilità di vivere in uno strato intermedio, in una zona tiepida dove sostanzialmente si viene spinti avanti in modo abbastanza inconsapevole.

Secondo me, è questo il tempo giusto per tornare a chiedersi cose fondamentali e scomode, tipo cosa è la scienza. Di riferimenti alla scienza ne abbiamo assorbiti (e subiti) in gran quantità, negli ultimi tempi. Sospinti dal lo dice la scienza oppure questo non è scientifico oppure la scienza ha torto, sballottati da tabelle e proiezioni di andamenti di contagi, di decessi, di guarigioni, c’è stata una spinta fortissima a rendere scientifico quasi ogni respiro, oppure – per ritorsione mentale, o rimbalzo – a rigettare tutto questo, cercando più confortevole dimora in visioni alternative e pseudoscientifiche, in ragioni paradossali di scenari improbabili, in un mix di superstizione e favolistica associata, vibrazioni cosmiche e negazionismi estremi.

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L’urgenza della verità

C’è qualcosa che è diventato insostenibile, in questo prolungato tempo di Covid. La polarizzazione di pareri ed opinioni ci spinge sempre di più a radicalizzarci, in quella che sembra diventata (solo) una guerra tra bande. Più passa il tempo, tra dati di ricoverati, ammalati, decessi, più questo fenomeno mi pare che aumenti. Un passatempo universale, la vera distrazione di massa. Per questo, insostenibile.

Tanto che non conta più chi sei, in ultima analisi. Conta soltanto da che parte stai. Tu che mi vieni vicino, che mi parli. Tu, che incontro in caffetteria sul luogo di lavoro, al bar, in un negozio. Tu che sei altro da me. Che puoi dunque veicolare il nuovo, farti ambasciatrice, ambasciatore di quello che io non mi aspetto. Tu, che sei tutto questo (e molto altro, teoricamente lo sappiamo). Ebbene, all’atto pratico, non mi importa tanto di te, mi importa capire subito (senza perdere tempo) in che squadra militi.

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Raccontarselo, il futuro

Perché succede fin troppo spesso, che uno va avanti un poco alla spicciola, senza interrogarsi mai sul lungo termine. Soprattutto adesso, in prossimità di questo Natale 2021), strano ancora sotto l’aspetto della perdurante emergenza sanitaria. Si fanno tutte le cose come sempre, come probabilmente si devono fare, e ci si porta addosso quel senso di straniamento che perdura.

C’è qualcosa che non è a fuoco, qualcosa che ci assedia lateralmente, forse, che non comprendiamo appieno. Se ci giriamo a guardare direttamente, scompare. Non si fa vedere in faccia, si rintana. Però c’è.

Non so che fare, cosa farci. Capisco che forse un trucco è fare il contrario di quanto mi verrebbe spontaneo, non arrendermi a questa forza di gravità che mi fa cadere nella mancanza di visione, nella rinuncia depressa alla progettazione nel lungo termine. Punto primo, prima ipotesi di riscossa: ricominciare a parlare del futuro, ad immaginarlo, raccontarselo. In effetti raccontarsi il futuro è forse il modo più scoperto per comprendere il presente, per capire davvero come ci sentiamo adesso. Se siamo ottimisti ora, il nostro futuro sarà di un certo tipo.

In un certo senso immaginare il futuro è come proporre e proporsi una strada: una strada interpretativa ma anche creativa. Immaginare il futuro è un pochino anche questo, iniziare a crearlo.

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Godere delle differenze

Tutto fuorché immediato, bisogna dire. Siamo ormai molto abituati a temere le differenze, a difenderci, a prendere le distanze, a rannicchiarci nella nostra “bolla”.

Ormai va così. Da tempo. Ma solo con l’emergenza COVID è diventato veramente chiaro, si è palesato con trasparenza sconvolgente. Adesso è davvero sotto i nostri occhi.

Le architetture informatiche ci permettono qualcosa che ci è sempre stato impossibile, a questo livello. Possiamo ormai soggiornare nella nostra “bolla” e compiacerci in essa, trovare quella risonanza che ci è necessaria quasi come una droga, uno stimolante quotidiano. Quella, esattamente, che tampona la nostra essenziale, costitutiva insicurezza. Ci blindiamo progressivamente in un ambito dove non abbiamo più sorprese, dove dimoriamo al riparo dalle contraddizioni, dove otteniamo solo conferme.

Uscire dalla bolla, almeno ogni tanto?
Più gli algoritmi si perfezionano, più diventa difficile… 

Che io stia dimorando dentro una realtà modificata lo comprendo ancora facilmente se sbuco fuori un attimo dalla mia bolla: sì, quella che ho costituito pian piano, scegliendo chi seguire e abbandonando senza troppi problemi, chi la pensa in modo diverso da me. Molto praticamente, se cerco un argomento e leggo i messaggi relativi (cioè non solo quelli di chi seguo) mi ritrovo di colpo dentro un panorama parecchio diverso. Un botto di gente che la pensa diversamente da me, spunta fuori all’improvviso. Ma come, non eravamo tutti d’accordo su una serie di temi fondamentali comprendenti la vita, l’universo e tutto quanto? E questi qui da dove spuntano, adesso? No, adesso capisco. Il fatto è che ho messo il naso fuori dalla mia bolla. E là fuori c’è tutto un mondo di gente che ha opinioni diverse, a vario grado. Potrei dire elegantemente che questo mi fa piacere, che posso crescere e confrontarmi, educarmi nel rispetto, e cose di questo genere (avete capito il filone narrativo).Queste sono le bolle informatiche (o anche dette più pomposamente bolle di filtraggio) così tipiche della nostra epoca. Ma è chiaro, fa piacere a tutti. Io vi sono dentro, con tutte le scarpe. Prendiamo Twitter, ad esempio. Più lo uso e più mi compiaccio di quanto le mie idee siano condivise, siano anche degli altri, di come si sia praticamente tutti d’accordo. Ma tutti chi? Istintivamente risponderei, tutti quelli che hanno capito.

Ma chi prendo in giro? Non è affatto così.

A me, a livello immediato, incontrare opinioni differenti reca solo fastidio. Come fa questo a non avere ancora capito? Le cose stanno in ben altro modo! Così mi viene da pensare. Morale, non è per niente facile apprezzare davvero le differenze. Anzi. E tantomeno riuscire davvero a goderne.

Pensiamo solo a tutte le polemiche sul Green Pass, fiorite in queste settimane. Non barate: non vi siete polarizzati sempre di più anche voi, in misura proporzionale al tempo passato sui social? E del resto, avete tutte le ragioni, per comportarvi così (e io pure, ovviamente). Il fatto è che questi qui non vogliono proprio capire, allora devo dirlo ancora più chiaro, devo abbandonare le sfumature per cantargliela chiaro e tondo, capiranno finalmente che questo Green Pass è.. (a questo punto potete mettere, a seconda del vostro orientamento, frasi come “una misura totalmente anticostituzionale e liberticida” oppure “l’unico sistema per uscire da questa pandemia, evitando altre chiusure” e variazioni su questi due temi).

Ed ecco tutta la scomoda verità. Ci piace scontrarci, definirci per opposizione, denigrare quelli che non la pensano come noi. E non basta dirlo, non basta accorgersene, per uscirne fuori. Lo vedo su me stesso. Anche io che adesso scrivo queste righe, se poi rientro su Facebook, mi polarizzo subito. Ah ma come fa questo qui a sostenere queste assurdità sul Green Pass? Non vuole proprio capire o è in malafede, ora glielo spiego bene io, lo asfalto con in bel commento così lo lascio senza parole…

Io sono così. Non so voi. E se a volte non lo scrivo, quel commento, è perché sono anche permaloso e mi innervosisco se mi rispondono (di solito infatti non accade che l’antagonista rimanga senza parole o rinunci alla possibilità di usarle), non certo perché nel frattempo io sia salito ad un livello di conoscenza superiore.

Insomma tutto tranne che godere delle differenze. Ma poi, goderne davvero, ma come si può sostenere? Chi lo dice? Le differenze al massimo si possono tollerare (e per un tempo limitato), che altro di più?

Il fatto è che non siamo, fatemi dire così, “abbastanza buddisti”. Nel senso di aver assimilato certi concetti benefici, cari alla tradizione orientale. Non gestiamo bene l’incertezza, ad esempio. Dice Pema Chodron, nel suo Vivi nella bellezza, che

la causa della nostra sofferenza non è l’impermanenza in sé, e neppure la consapevolezza che siamo destinati a morire: è invece la resistenza che opponiamo alla fondamentale incertezza della nostra situazione.

E per contrasto, diventiamo interiormente fondamentalisti (evidentissimo nelle discussioni su Facebook, come sanno i monaci più tecnologici).

La radice di queste tendenze fondamentaliste e dogmatiche è il fatto di avere un’identità fissa, il concetto fisso che abbiamo di noi stessi come buoni o cattivi, degni o indegni, questo o quello. Un’identità fissa ci costringe a darci da fare per cercare di risistemare la realtà, che naturalmente non può essere sempre conforme alla nostra visione.

Tanati, eh? E la monaca buddista poi rincara la dose, poco più avanti (i monaci buddisti – ed anche quelli cattolici – essendo gente che perlopiù prende la vita molto sul serio, sanno anche dirti le cose in faccia se serve)

Spesso consideriamo le persone che non ci piacciono come nemici, ma di fatto costoro sono estremamente importanti per noi: sono i nostri più grandi maestri, messaggeri speciali che appaiono proprio nel momento in cui ne abbiamo bisogno per mettere in discussione la nostra identità fissa.

Dobbiamo avere una idea su tutto, non sopportiamo di non sapere, e di ammetterlo (sia chiaro, se dico queste cose con grande facilità, è solo perché mi basta dare uno sguardo veloce dentro me stesso).

Dovremmo fare come gli alberi, per esempio. O come un cane, un gatto. Imparare da loro. Che non fanno – anche se cani e gatti sono pur sempre animali – i leoni da tastiera, impelagandosi in discussioni eterne sul Green Pass, riverberando così nella polemica più rutilante il proprio vuoto interiore. Dice Chandra Candiani, nel suo ultimo (bellissimo) libro Questo immenso non sapere, che

gli animali e gli alberi insegnano a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l’ossessione di capire. La loro assenza di controllo mi pare renda il loro mondo non più minuscolo, ma anzi vastissimo, misterioso.

E non è che tutta questa saggezza la portiamo con noi quando ci sfoghiamo su Facebook o quando prendiamo in giro qualcuno su Twitter (io almeno, non proprio).

Ma arrivare a godere delle differenze? Dicevo, chi usa temerariamente questo termine, godere, alquanto impegnativo?

Leggevo sulla rivista Tracce di settembre, una bella intervista a Timothy Radcliffe, scrittore e teologo domenicano. Ad un certo punto lui dice, testualmente (i grassetti sono miei)

La nostra società ha generalmente paura della differenza. Gli algoritmi di Google ci indirizzano verso persone con cui concordiamo, e questo può rinchiuderci in silos, in bolle. Godere della differenza è l’essenza del cattolicesimo. Abbiamo quattro Vangeli nel Nuovo Testamento, e non coincidono su tutto! Il dialogo tra loro ci spinge verso una maggiore comprensione. Di fronte alle differenze nella società e nella Chiesa non si rimane neutrali, né si accettano alla pari tutti i punti di vista. Sarebbe una posizione noiosa e vuota. Al contrario io credo che coloro con cui sono in disaccordo abbiano qualche verità da insegnarmi che potrebbe spalancare la mia mente.

Da qui ho preso il termine godere che ho messo fin nel titolo di questo post. Mi colpisce molto l’ardire che ha, nel non fermarsi al sopportare o apprezzare le differenze, ma si butta sul godere.

Quindi, è una cosa anche cattolica, diciamo. Possiamo allora tranquillamente affermare che non solo non siamo “abbastanza buddisti”, ma nemmeno “abbastanza cattolici”.

Insomma le grandi tradizioni – quelle che sopravvivono ai secoli – ce lo dicono molto chiaramente, ce lo dicono in faccia. Ora sta a noi operare per usare ciò che accade per ammorbidirci (che non vuol dire affatto sbiadirsi in un buonismo insapore e sempre a buon mercato, ma fare un lavoro su di sé) o per radicalizzarci.

Chiariamo. Non è questione di essere migliori o – per carità! – più saggi (mai più saggezza, mai più, cantava lucidamente Ivano Fossati), ma della possibilità di diventare un poco più felici e consapevoli. Una cosa – questa – che ci può interessare davvero. E che rimane interessante anche per loro, per le persone fuori dalla nostra bolla.

Cioè, tradotto, per quelli che sbagliano, state pensando, vero? Eh sì, bisogna anche avere pazienza. Prima di tutto verso sé stessi. D’altronde, godere delle differenze non è,credo, un tutto e subito. Ma un lavoro da artigiani, in cui perfezionarsi poco a poco.

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Panem et circenses (et Green Pass)

Fa bello iniziare con una citazione latina, anche se l’ho (ri)scoperta adesso: “il popolo due sole cose ansiosamente desidera, pane e giochi circensi” annota assai acutamente il poeta latino Giovenale. E questo direi che c’entra con il Green Pass. Eccome se c’entra.

Perché leggo da molte parti (con il solito bias che fanno molto più rumore quelli che sono in disaccordo con qualcosa, ovviamente) che tale Green Pass sia una operazione sostanzialmente liberticida, imposta dal Governo sopra le nostre libertà costituzionali e via così (sapete già la storia).

Ora qui non vorrei indulgere in torti e ragioni, non vorrei nemmeno impelagarmi in temi “alti” come le connessioni della libertà individuale con il senso del bene comune – se poi sia veramente il bene – e simili narrazioni. Anche perché sono ampiamente dibattute sulla Grande Rete, con tanto di autorevoli prese di posizione.

Qui, voglio semplicemente fermarmi ad una domanda. Anche questa la prendo dai latini, sempre per fare bella figura. Cui prodest? A chi giova tutto questo? Chi ha l’ansia di limitare le nostre libertà fondamentali, e che ne ricava facendolo?

L’accesso regolamentato al caffè, sarebbe il problema? O c’è altro? 

Adottiamo questo modello, per assurdo. Facciamo un esperimento scientifico (è il mio mestiere, dopotutto). Un esperimento mentale, magari. Dovremmo dire, sempre per essere raffinati (stavolta passando al tedesco) un gedankenexperiment. Ma fa niente, ci siamo capiti.

E allora insistiamo, a chi giova? Facciamo il caso che io faccia parte di questo complotto orientato a limitare in modo intollerabile le libertà personali, in modo da esercitare un controllo ferreo su quello che accade. Bene (per dire). Ma sarebbe veramente furbo da parte mia, introdurre misure per evitare che la gente se ne vada tranquilla al ristorante? O sarebbe un clamoroso autogol per fare innervosire le persone, senza averne un ritorno consistente? Eh già, perché che ritorno ne ho?

A me conviene ben altro, questa è la verità.

A me conviene che le persone si credano libere semplicemente perché possono scegliere in che ristorante andare, che quotidiano comprare (per avere quasi sempre la stessa narrazione, con sfumature minime), anche libere di fare un viaggio, pur con mille cautele. Ma sì, che si sentano libere di scegliere uno dei mille canali televisivi, splendidamente uguali in fondo (cantavano i Pink Floyd negli anni ’80, I’ve got thirteen channels of shit on the T.V. to choose from, fotografando una situazione che sarebbe solo diventata più estrema con il tempo e l’avanzare della tecnologia) inondati tanto dalla stessa pubblicità assidua e rinormalizzante (che ti ricentra opportunamente e continuamente sullo stesso sistema neoliberista di “valori”, occultando convenientemente ogni altro punto di vista). Se io voglio dominare, attraverso la persuasione continua dell’impero della pubblicità (l’unica cosa che non si è fermata mai durante il COVID) devo insinuare la convinzione che non ci sia alternativa, che ci sia solo un modo di vivere, ed è questo del sistema finanziario capitalistico globale. Che un diverso sistema di valori, in cui l’economia non è la divinità a cui prostrarsi, sia possibile e sia soprattutto più autenticamente umano.

Davanti a tutto questo, come cantava Battiato, ci vuole un’altra vita. Appunto.

Se io dunque ho questo piano, di dominio sulle coscienze per asservirle allo schema neoliberista (in sostanza), in modo che siano facilmente pilotatili e non diano grossi fastidi, non mi conviene certo fare arrabbiare le persone con il Green Pass. Limitare i loro spostamenti non mi porta alcun vantaggio, anzi. Che si credano liberi spostandosi pure dove meglio credono! Che prendano pure questa libertà chilometrica come il vero essere liberi. Ogni sistema di dominio infatti opera prima di tutto una ridefinizione delle parole, e qui un concetto profondo e complesso come libertà diventa quella patinata pubblicitaria di libertà di comprare e fare quel che vuoi. Pane e giochi circensi insomma: e che non si occupino troppo della cosa politica, la lascino ad altri, la lascino a me. Ci penso io a loro, si fidino. Czeslaw Milosz l’aveva detto bene: «Pensi a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata».

Per cui, figurati se ti blocco se vuoi andare a bere un caffè. Anzi, se ti blocco (e non mi conviene) vuol dire proprio che lo faccio perché c’è qualcosa di molto serio, c’è una emergenza a cui devo comunque provvedere, se non sono del tutto privo di scrupoli.

Il pericolo non è il Green Pass. Quello può essere una soluzione più o meno adeguata, più o meno pratica, giustificata dall’emergenza sanitaria, si può discutere.

Ma parlare di dittatura sanitaria a mio avviso è esagerato, è parlare (quindi) per perdere tempo, o per acquisire consenso in una delle tante bolle di Internet. Il pericolo vero è quando la voce di chi ti governa assume toni paternalistici (come è accaduto nei precedenti governi) e falsamente rassicurante. Tipo ci pensiamo noi, vai tranquillo. E’ il governo che si impiccia se il tuo sia più o meno un affetto stabile, che blocca i runner che corrono da soli (tanto per far capire che ti controlla) e chiude un occhio sugli affollamenti al centro di Roma (ben più difficili da gestire anche se ben più pericolose). E’ il governo delle conferenze stampa che partono in ritardo e arrivano a reti inevitabilmente unificate, e tutti a pendere dalle labbra del Presidente del Consiglio, per capire cosa ci permetterà di fare stavolta.

Quello è il vero pericolo, e non molti se ne sono accorti. Il vero pericolo erano certi messaggi paternalistici di prima, non il messaggio (indubbiamente molto duro) di Draghi in conferenza stampa, L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire Un messaggio destinato anche a ripristinare chiarezza politica, certo. Con un tono perentorio, che non ammicca, non incoraggia derive dubbie, ti riporta secco alla situazione reale (se uno si fida ancora del parere degli scienziati).

Ma gridare al complotto contro la democrazia non è un esercizio di stile che non ha conseguenze, non è un passatempo a costo zero. C’è chi ci può guadagnare. E molto.

Il pericolo infatti è anche che questa levata di scudi ideologica alzi una grande nebbia e sposti le cose sui massimi sistemi (cosa che piace molto in Italia purtroppo), mancando il bersaglio più ragionevole e giusto. Che sarebbe quello di avviare – questi sì – un ragionamento puntuale su come è stata gestita la crisi pandemica fino ad ora, e se davvero c’è chi si è arricchito indebitamente lucrando su questa terribile sofferenza comune. Penso per esempio agli scandali dei banchi a rotelle, dei ventilatori cinesi, delle mascherine senza certificazione e altre cose su cui – mi pare – solo Italia Viva ad Azione, praticamente nel silenzio incredibile degli altri, chiedono chiarezza in modo salubremente ostinato.

Questo è realmente gravissimo, ma a questo quasi nessuno pensa. Ma certo: appare molto più intrigante discutere di libertà violate e magari rispolverare dal fondo di un cassetto quella Costituzione che subito dopo il referendum “di Renzi” era diventata di nuovo, per molti, un libro prestigioso da avere, ma non certo utile per leggervi dentro (che ci leggo a fare, se non devo polemizzare contro nessuno su Facebook?).

Chi ha rubato durante il COVID, chi si è arricchito in modo illecito, intanto ringrazia.

Ma infatti. Niente di meglio di un polverone ideologico, per sfiancare le parti avverse, distraendole dalla concretezza del reale. Ma a questo punto il problema si fa personale. Ognuno di noi deve capire da che parte stare, se usare la ragione o seguire il flusso emotivo.

E non sarà la stessa cosa, nell’applicazione e negli esiti, stiamone certi.

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La poesia ai tempi del Coronavirus

Non tutti i tempi sono uguali: se l’universo è in espansione, anzi in accelerazione, questo va da sé, ed ogni tempo è in fondo un tempo particolare. Secondo me, ci sono tempi particolarmente importanti anche per leggere di poesia. Non tutti i momenti sono uguali, anche per questo. I tempi particolarmente sfidanti, come è indubbiamente quello che stiamo attraversando, sono probabilmente quelli più adatti. Penso che i tempi in cui il senso di sopportazione per la retorica arriva al limite, sono sempre tempi di opportunità per l’espressione poetica.
Quest’ultima infatti è antiretorica per eccellenza (a parte la brutta poesia, ovvero la poesia mancata, la poesia che non è poesia). Nella poesia finalmente la parola è accudita, coccolata, protetta. Ogni singola parola, conta. In esatta salutare opposizione al diluvio di parole di questo tempo, dove si spinge sulla quantità forse per una percezione di difetto, di mancanza. Tutto il contrario nella poesia, dove anche tre parole contate si possono mettere insieme, con una tale alchimia segreta, che si pongono naturalmente in pool position per rimanere eterne nella storia della letteratura. Esempio facili ma importanti, possono essere Mattina, di Giuseppe Ungaretti, oppure Ed è subito sera, di Salvatore Quasimodo. La prima è stata giustamente definita come “uno dei componimenti più brevi dell’intero novecento”. Un uso quanto mai accorto delle parole, con un risultato splendidamente riuscito proprio nell’uso sapientemente ridotto di mezzi.
Foto di Eleonora Antoniella
E’ utile pensare in questo tempo, a risultati estremi come quello di Ungaretti. M’illumino / d’immenso, il testo di Mattina, sono appena quattro parole. Qui la potenza di fuoco della parola è evidentissimo: quattro parole, quattro parole bastano.
Quanto spreco di parole c’è adesso, quante parole ci buttano addosso i media? Da ogni angolo di casa connesso ad una sorgente informativa, fuoriescono a getto continuo tonnellate di parole. Alcune certamente utili, la maggior parte no. D’altronde, le parole utili sono pochissime, e quindi tale comunicazione è paradossalmente incomunicante.
Se già Nanni Moretti, in una celebre sequenza, urlava alla giornalista à la page che lo intervistava, che le parole sono importanti, lo faceva in ultima analisi per una rivendicazione poetica. La vera poesia usa con studiata parsimonia un ingradiente “magico”, la parola appunto, così che l’abuso ordinario diventa francamente intollerabile. Nelle parole il poeta tenta di dire il mondo, secondo come gli si rivela. Ogni sequenza di parole che mette in fila, è un tributo alla rivelazione del mondo, a come esso gli appare, oltre ogni razionalizzazione e normalizzazione. E’ il suo mondo unico e specialissimo, che per un mistero largamente insondabile, risuona anche nelle profondità di altre persone, di altri cuori. Creando un ponte misterioso e bellissimo tra universi che ordinariamente dispiegano i loro fiori (ed anche le loro spine), ad anni luce di distanza uno dall’altro.
La parole dunque sono materiale così prezioso che sprecarle appare intollerabile. Usarle male, è intollerabile. Depotenziarle, lo è. La parola che stordisce, che spinge sulla quantità e non onora la immensa pazzesca profondità di ogni vocabolo, è volgare, è pornografia verbale. E’ un gioco al ribasso, è pavimentare d’oro una strada per farla percorrere dai cani (niente contro i cani, ma non apprezzerebbero certamente lo sforzo e la spesa). La parola oggi, in questi giorni di clausura fisica e di media che fanno da surrogato al contatto umano, è spinta al massimo su questa deriva, è abusata, è trascinata su terreni dove non vorrebbe andare, è forzata ad un significato che non la rispetta, non la onora: è violentata, stuprata.
I diecimila talk show dove si analizzano all’infinito le coordinate esitenziali di questo tempo così peculiare, ripetendo all’estremo le cose che sappiamo già analizzandone in mille declinazioni, contaminando il silenzio necessario di parole rese inutili, disinnescate, sterilizzando alla radice ogni possibile percezione di un senso di mistero che pure ci avvolge, si pongono all’opposto esatto dell’espressione poetica, sempre molto cauta ed accorta sull’uso della parola.
Tornare a lavorare sulla parola è l’opera per uscire da ogni modello di universo stazionario ed abbracciare davvero lo schema evolutivo che anche lo studio del cosmo oggi ci suggerisce.
E’ un lavoro che ci attende, ci attende tutti, quello di ridefinire un dizionario, quello di restituire il carattere inaudito alla lingua, sottraendola da ogni incrostazione di già visto, già sentito. Per questo è opportuno, ora più che mai, riprendere a leggere poesia, a scrivere e leggere poesia.
E’ un lavoro che anche io voglio provare a fare ora, dentro questo tempo. Perché il vero terribile rischio di planare sul chiacchiericcio televisivo e di rimanere storditi, anestetizzati lì dentro, è quello di uscire da quest’epoca, esattamente come vi eravamo entrati. Dunque, vanificando e sporcando di inutilità anche una cosa enorme e drammatica come questa, che stiamo vivendo. Un rischio che mi spaventa, mi spaventa totalmente, che non vorrei proprio correre. Tornare come prima? No, non voglio, non ne ho voglia. Non mi piace l’idea, non mi piace l’ostinazione a dimorare in un universo stazionario, dove non cambia nulla e dunque il tempo alla fine è vano.
No, mi ribello! Mi piace invece respirare la primavera in corso e il germogliare di idee leggere ed ampie come il mare, come un mare azzurro e sereno di tante coste italiane, che orla ed adorna tanti miei ricordi, tanti nostri ricordi. Sentire la pace di un tempo che srotola un suo significato, un significato nascosto che a volte si fa strada fino al cuore e ti punge di un momento assurdo di felicità pazza, tanto eccentrico e fuori orbita che puoi vivere aspettando che ne torni un altro, e l’occupazione della tua vita allora è appena lanciare funi, agganciarle da uno di questi momenti al successivo, e percorrere il tuo tempo e il tuo spazio, fidandoti che vi sia un senso, scommettendo su un senso che irrobustisce il passo e rende solido il cammino. Anche se le funi scendono giù giù prima di risalire, verso l’altro aggancio.
E le parole che servono in questo viaggio sono poche e belle, poche e belle come la vera poesia che ci accompagna e ci parla di un mondo fatato, un mondo fatato che è decisamente troppo bello, in fondo in fondo troppo smaccatamente bello, per non essere anche vero.
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