In ultima analisi, il messaggio che ti viene addosso è lo stesso. L’urgenza di prendersi cura del pianeta più ospitale che abbiamo mai scoperto, ovvero il nostro. Identico messaggio, ma proposto in modo molto diverso. Forse per questo mi viene da mettere in relazione la bellissima mostra Amazonia, ora al MAXXI di Roma (rimane fino al 13 febbraio), con il film Don’t Look Up, di cui ho scritto di recente.

L’amazzonia raccontata dagli occhi di Sebastiano Salgado è prima di tutto poetica. Le grandi foto in bianco e nero scolpiscono i paesaggi della foresta immensa con decisi colpi di luce, giocano con i contrasti e con le ombre, per sgombrare il campo da ogni possibile indifferenza, annullare ogni diffidenza, azzerare ogni distanza.

Non importa cosa facevi, cosa pensavi, prima di entrare alla mostra. Certo, complice un allestimento pensato veramente bene. Un gioco di luci che valorizza al massimo le creazioni di Salgado. Complice anche la musica perfetta di Jean-Michelle Jarre. Dicevo, non importa nulla quello che eri e che facevi, tu adesso sei qui. Sei dentro la foresta amazzonica, sei circondato dal suo linguaggio, dalla sua poesia. Sei catturato. E questa è la vera poesia. Ti cattura, e basta. Salta tutti gli strati protettivi che hai costruito, punta dritto alle zone interne e avvia il dialogo, lo scambio dati. Punta al cuore, si sarebbe detto un tempo. Quello, comunque.

Attraversare la mostra non ti lascia indifferente. Ti smuove qualcosa, non ti riesci a proteggere. Cavoli, è l’arte. Lei fa così. Aggira le protezioni, e ti trovi nudo, senza difesa, senza scampo. Il tuo cuore è vivo e lei te lo ricorda. Il cuore che hai tentato di stordire a morte, a forza di consigli per gli acquisti, a forza di una vita in tono minore, a forza di quel buon senso, quella saggezza piccolo borghese così usurata da suscitarti – a volte – perfino la nausea (quel mai più saggezza mai più che auspica Ivano Fossati, per capirci).

Cavolo, sei ancora vivo, sei ancora vivo! Hai capito? Questo ti dice l’arte. La poesia. Salgado con le sue foto ti dice questo. E tu hai perso. Non sei riuscito a stordirti del tutto, non ci sei riuscito a chiudere bene i boccaporti.

L’ingresso del MAXXI di Roma

Se sei vivo però non va tutto liscio, non fila tutto come vorresti. Capisci anche perché ti sei voluto anestetizzare, in effetti. Il perché di tanto sforzo. Perché se sei vivo sei sensibile. Ti importa. E Salgado ti dice – dopo averti svegliato – che sei su un pianeta vivo, come sei vivo tu adesso e dunque tutto questo ora ti riguarda. E il gemito di dolore dell’amazzonia, assediata, insidiata, umiliata – quel grido lo senti. Ora che hai il cuore scoperto, lo senti. Senti il grido di quelle terre, quei fiumi, quegli animali, quelle persone. Senti tutto questo perché passa tutto attraverso la poesia palpitante delle foto, dei video, attraverso quei volti, quei panorami.

Il dolore diventa anche tuo, insieme alla bellezza. In effetti non riesci a separare le due cose, dolore e bellezza vengono insieme, ti coinvolgono e tu non lo sai perché ma il coinvolgimento lo senti. Senti che qualcosa in te che era addormentato, stordito, improvvisamente si riattiva. Credo sia questo: l’arte riattiva l’umano che è in te. Solo lei ha i codici giusti, solo lei lo può fare. La bellezza, accidenti. Solo questo ormai ti interessa. Il resto è tutto noioso, ampolloso, ridondante, retorico, inutile. La bellezza è una provocazione costante, questo è. Ti coinvolge. Pare quasi sconveniente, in questo mondo asettico e di calcolate distanze.

La bellezza, l’arte, la poesia. Scegli il termine che vuoi, l’equazione comunque funziona. Queste cose ti parlano, superano gli strati del ragionamento e vanno a toccare le emozioni. Qualcosa di primordiale, di felicemente primitivo. Amazzonico, direi. Se spogliamo primitivo da ogni connotazione negativa, lo colleghiamo a qualcosa di ancestrale, in dialogo con la stoffa di cui siamo fatti. Di cui sei fatto. Ogni foto di Salgado ti parla. Non sai cosa dice a parole, non puoi razionalizzare. Parla saltando lo strato di ragionamento, tutte le idee con cui pensi di difenderti dal mondo, tutto quello che credi di credere. Tutto è saltato in un lampo, chi è interpellato è il cuore.

Il ragionamento è su un altro piano. Questo è il guaio. Don’t look Up non ha molta poesia dalla sua, parla allo strato razionale (come chi è poco artistico). Rimane in superficie, insomma. E in superficie ti puoi pur convincere di quanto sia stupida tanta gente (tu no di certo, tu sei tra i buoni), come sia inquinata la politica e la comunicazione di massa (cosa che in fondo già sapevi, ma ti piace essere confermato nelle tue convinzioni). Non ha nemmeno molto amore (altra parolina magica) in quello che tratta. Ma ogni denuncia priva di amore – lo sai da tempo – ti stanca, ti sfianca. Se non c’è amore ti distrai, ti annoi. Una cosa di plastica, finta, pesante.

Quando entri alla mostra lo senti, lo tocchi, l’amore che c’è dentro gli scatti di Salgado. L’amore è una bestia strana. Ti viene addosso e non hai difese. Davanti all’amore tutti i tuoi buoni propositi e le tue buone difese, crollano. L’amore spazza via tutti gli strati, rimani nudo. Più nudo della pelle, perfino. Rimane il cuore.

Alla fine sono due esperienze che ti mandano un identico messaggio. Il tuo pianeta è a rischio. Uno lo fa con la bellezza, l’altro con la retorica. Uno ti dice, il tuo pianeta è bellissimo e risuona con il tuo cuore, ed è a rischio (quindi è a rischio questo dialogo con il tuo cuore che ora senti al quale tieni moltissimo). L’altro ti avverte del rischio in modo razionale e alimenta il tuo lavoro cerebrale (che tu puoi pensare anche sia una cosa buona, e talvolta magari lo è), ma senza parlare al cuore. Uno ti coinvolge e ti scuote, ti tocca nel profondo. L’altro è un pretesto per sentirsi dalla parte dei buoni e soprattutto per parlare, per discutere.

Uno potrà salvare il mondo. L’altro, invece, è praticamente già morto.

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