Certe cose, rimangono: vive, nella memoria. Il concorso Rodari si è chiuso da poco, ma io ho ancora tutto negli occhi, nelle orecchie. I sorrisi delle ragazze, dei ragazzi che hanno partecipato. La quieta saggezza dei loro discorsi: pochissima retorica, molta voglia di andare al punto. Di parlare, di vivere di qualcosa di reale, di vero. Questo, soprattutto: una pratica di relazioni in corso, un allenamento. Nessuna parte teorica da attraversare, assimilare, digerire. Nessuna nozione da mandare a memoria, stavolta. Solo pratica. Una officina, un laboratorio. Una proposta operativa.

Chi ragiona in astratto sul riformare la scuola, perso tra belle teorie e spericolati esperimenti mentali, probabilmente perde il suo tempo. Intendiamoci, pianificare e progettare va bene, è certamente necessario. A condizione però di non farci distaccare dal reale, dal quotidiano. Perché sono esperienze concrete che già si possono fare, già si stanno facendo, già esistono. Alle quali – non per merito – si è chiamati, ed allora basta dire di sì. Molti eroici professori già lo sanno. Già lo fanno, direi. E da tempo, anche.

Esposto dalla Scuola dell’infanzia Clericetti, Milano.
(Foto di Adamantia Paizis)

Li chiamo eroici, perché ammiro sinceramente l’eroismo quotidiano di chi sta al fronte, magari in una scuola di provincia, a contatto con diecimila problemi, ma non rinuncia ad iniettare di ottimismo e di propositività il suo ambiente, a contagiare i ragazzi con la bellezza dell’arte e della poesia, con il farsi domande, il ragionare appassionato. Essere educatori è una missione, che ti prende fino alle viscere. Grazie al cielo ne ho incontrate, di persone così, ne incontro. Con il sorriso aperto e le mani sporche di un lavoro bello da fare, tra grandi e piccoli. Un lavoro prezioso perché ci riconcilia con le stelle.

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