111100 candeline?

Così quando arrivano certe ricorrenze, certi compleanni – soprattutto quando la cifra è tonda. Vabbè dipende dal sistema di numerazione, dovrei provare come suona la cifra in altri sistemi di numerazione magari: ecco in esadecimale sarebbe un bel 3C, mentre in binario un più esteso 111100. E non ci posso far niente, ma la cifra in esadecimale mi ricorda subito il quasar 3C 273 ma soprattutto mi ricorda una certa Anita, che insieme al quasar condivide la scena in un fortunato racconto, un racconto che è stato poi stimolo per scriverne altri undici (fino al recente volume La saggezza di uno sguardo).

Quante candeline oggi? Beh, possiamo anche divertirci – per una volta – ad adottare sistemi di numerazione alternativi a quello decimale…

Insomma, arrivato al rispettabile numero di 3C giri attorno al Sole (o a 111100 a seconda di come preferiate), uno un po’ di riflessioni le fa.

La più immediata è guardarmi indietro e scoprire quanta persone mi hanno voluto e mi vogliono bene, ancora e adesso. Certo, quello che non è adesso non conta, non cambia le cose. Me ne rendo conto, più vado avanti: ci vuole un adesso per camminare, per respirare, per esistere. E tantissime persone dovrei ringraziare e spero di farlo – non tanto qui per iscritto, non sto a mettere i crediti come in un film – ma con frasi e respiri e attenzione viva, se appena riesco, quando riesco.

Le prime sono quelle con le quali vivo e le persone di famiglia (intendo anche la famiglia allargata, quella famiglia che ho trovato nella mia storia con Paola, che ho trovato sempre accanto e sempre vicino). Cari, quando riesco a pensare con più calma, riconosco il bene immenso che mi volete ed il credito che sempre mi fate e la fiducia che mi concedete (generosamente più grande di quella che concedo di solito a me stesso). Sono commosso, so che io posso ripagare solo in maniera minima. Posso ripagare in maniera risibile, di essere figlio, di essere genitore, di essere marito, di essere… Se leggete, sapete comunque che sto parlando di voi.

E ci sarebbero – anzi ci sono – tanti altri, tante altre, che in tante occasioni mi hanno fatto arrivare, con premura e discrezione, senza invadere il campo altrui, il messaggio ti voglio bene, ci tengo a te. Mi sei caro.

Ma adesso? Ci vuole sempre un adesso che sia una possibilità di essere vivi, per vivificare continuamente tutto il proprio passato. Ci vuole un adesso, mi rendo conto, per vedere, soltanto per vedere la bellezza di ciò che è stato – e che rimane, perché il tempo in fondo è un’illusione, il tempo come lo percepiamo noi è una illusione, non è reale. Le cose sono tutte qui, in modo misterioso e potente. Anche i nostri amici, presenti e defunti, i nostri cari, sono tutti qui, in qualche modo. Non è necessario essere precisi, con le parole. Anche perché quando le parole sfiorano un mistero, è importante rispettarlo.

Il pensiero dichiarativo analitico non è che una parte minima della realtà. Come la materia ordinaria rispetto a materia ed energia oscura. Come la parte conscia rispetto all’inconscio. C’è enormemente di più e se rimaniamo solo su quello, entro quella piccola parte, soffriamo. Potrebbe essere questo ciò che ho imparato in tutti questi anni. Una delle cose più importanti che ho imparato. L’ho imparato anche facendo forza, cercando di esondare dalla mia mente iper-razionale e iper-calcolante (fin all’eccesso, fino al disagio), per condurla pazientemente a capire che siamo sull’orlo di un grande Mistero, che abbiamo delle coordinate, abbiamo delle guide, abbiamo delle indicazioni di percorso, ma rimane sempre che non si può razionalizzare tutto. E le guide più vere sono quelle che riconoscono il Mistero, ne riconoscono la presenza, in tutto quello che facciamo, in tutto ciò che avviene nell’universo.

E rimanere nel senso di mistero non vuol dire non avere un’idea di mondo, una filosofia, una fede, non avere delle coordinate di movimento, non avere una ipotesi sul senso del cosmo. E’ fermarsi in meditazione, lasciarci travolgere dalle cose che ci sorpassano. Capire che ci sono centinaia di miliardi di cose che ci sorpassano, come – rubo l’analogia a Marco Guzzi – centinaia di miliardi sono le stelle nella galassia o i batteri nella bocca di un uomo adulto (e guardate che interessanti connessioni).

In questo momento che guardo il cammino percorso, come quando durante una salita in montagna ci si ferma su un pianoro a contemplare il panorama, sento una grande gratitudine – che ho espresso sempre troppo poco, per come sono fatto non mi viene facile. Avverto anche, scendendo al di sotto delle irrequietezze di superficie, la umile gioia di avere, almeno un poco, onorato la missione per cui mi sembra di essere arrivato su questo pianeta.

Che mi pare proprio sia quella di raccontare, come già sto facendo qui. Ma raccontare il cosmo in particolare, parlare del suo brillìo, stare in questo racconto io per primo, invitare gli altri a farmi compagnia.

Perché la più grande scoperta in tutta la mia carriera scientifica è quella che mi ha portato proprio al racconto, è qualcosa che la poetessa Muriel Rukeyser ha espresso molto lucidamente nella frase L’Universo è fatto di Storie, non di atomi. Io ci ho messo tanto per capirlo, ma non fa niente. Va bene così, tutti i passi – anche quelli dolorosi – erano necessari.

E tutte le storie del cosmo vanno raccontate. Come fa la letteratura quando si occupa del cielo, quando fa entrare veramente lo spazio, tra le sue pagine. Perché se l’Universo è fatto di storie, le possibilità del racconto – e la sua necessità – è virtualmente infinita. E l’Universo stesso torna ad apparire come sarebbe se aprissimo davvero gli occhi (e le orecchie), una trama incantata di racconti.

Se posso ancora chiedere qualcosa all’Essere (e credo che chiedere qualcosa all’Essere, mendicare qualcosa, sia sempre la posizione più sana) è quella di aiutarmi non tanto ad essere buono, pulito, preciso (quasi inutile confessare qui che non sono niente di tutto questo), ma di spronarmi ed aiutarmi perché io compia sempre più lucidamente la mia missione su questa Terra, che Lui mi aiuti a rimuovere gli ostacoli che io stesso mi metto davanti, per paura, per senso di inadeguatezza: sono solo resistenze, quelle che abbiamo tutti, resistenze che dobbiamo guardare, per poi sorridere e lasciare andare. E in fin dei conti, non serve avere il vestito perfetto, non serve far finta d’essere tutti puliti, serve qualcos’altro. Un poco appena, di qualcos’altro.

Diceva la canzone A mille ce n’è, che per sognare e quindi per entrare in questo mondo di fiabe, di storie da raccontare…

Non serve l’ombrello,
il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me…
Basta un po’ di fantasia e di bontà.

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Un pensiero su “111100 candeline?

  1. Caro Marco,

    ci ha avvicinato la passione (per molte cose) e ci accomuna il pensiero: da molto tempo anch’io vedo l’Universo come un racconto, l’astrofisica è un insieme di racconti, racconti che parlano di noi e di come siamo arrivati a comprenderlo.
    Gli atomi lo compongono ma le storie parlano di universo, di spazio, di pianeti, di vita, di noi.
    Ed è per questo che negli ultimi due anni mi sono buttata anche sull’evoluzione umana perché in fondo quello che siamo lo dobbiamo al lungo percorso umano su questo pianeta, alle grandi fortune e sfortune, alle estinzioni di massa e ai colli di bottiglia. Gli evoluzionisti affermano che siamo qui da poco tempo, 200.000 anni è un po’ come essere nati 8.000 generazioni fa. Figuriamoci per un astrofisico che parla di distanze cosmiche e di miliardi di anni di evoluzione del cosmo: 200.000 anni è un battito di ciglia.
    Il fatto solo di aver dato vita a due libri come In pieno Volo e Anita e le stelle ti deve rendere felice per tutto il tempo che hai dato agli altri. Il primo libro è arrivato in un momento veramente difficile per me, te lo ricorderai. Lo definisco ancora il momento più bello della mia vita, anche se pieno di contraddizioni e di paure, incertezze, timori ma ricco di sogni che sentivo vivi. Con Anita sei diventato un vero scrittore, ossia non c’era solo la poesia e il cuore, ma c’era la narrazione, il racconto, il parlato, una storia. Mica facile da buttare giù.

    Sei sempre stato speciale per me, so che continueremo a sostenerci anche se da lontano. Ma funziona così, nella vita alcune volte si può essere vicini, altre volte le persone le dobbiamo vivere da lontano.
    Niente di grave, per fortuna. Sii fiero di dove sei arrivato e di come sei arrivato, con fatica, tenacia, coraggio, determinazione, con tante cadute e altrettante riprese, con la passione. Con la passione che ha mosso tutto quello che hai fatto. Davanti a te, metti altra passione. So che ti guiderà per molti anni a venire. Moltissimi.
    Un grande abbraccio. Semplicemente, Sabrina

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