Blog di Marco Castellani

Mese: Marzo 2012 Page 1 of 3

Tu cinguetti?

 “Tu cinguetti, Giada?”
“Prego?” chiese Giada alquanto incerta. Forse doveva lasciar cadere. A volte Stefano o qualcun altro furbone amico suo, metteva dei doppi sensi nelle frasi e lei spesso non li capiva. Il che peggiorava la situazione perché loro si divertivano di più ancora. Lei si offendeva e si imbarazzava, loro ridevano.
Forse era una di quelle volte?
“Dicevo, tu cinguetti? Se sì, quante volte, in un giorno?” 
Giada lo squadrò con uno sguardo che voleva incenerirlo o congelarlo (a sua scelta).
“Stefano, se è un doppio senso guarda te lo dico subito, lascia perdere” fece lei contrariata. Non capiva ma temeva fosse comunque una domanda sconveniente.
“Nooo Giada, non è un doppio senso, stavolta”, specificò Gabriele con la sua aria cortese. Stefano come previsto se la rideva sotto i baffi.
Gabriele era sempre molto gentile, un po’ timido magari, soprattutto con le ragazze. Se stava con Stefano o con qualche amico era meno controllato, scherzava di più.  A Giada piaceva la sua gentilezza. Una volta l’aveva incontrato da solo, davanti all’aula di analisi matematica. Era andata a cercare Stefano per un problema di computer (un altro virus su Windows che le apriva continuamente finestre di siti porno, alquanto imbarazzante per un computer di famiglia), e avendolo riconosciuto, lo aveva fermato per chiedere informazioni. Quella volta, affrontato da solo, le era sembrato straordinariamente timido ed impacciato. Come se non avesse una protezione, colto senza armatura, senza la vicinanza di amici, persone conosciute.
Stefano si alzò a prendere la caraffa di limonata che gli aveva lasciato la mamma, prima di uscire. 
“Qualcuno ne vuole ancora?” strillò dalla cucina
“Io sì” risposero insieme Gabriele e Giada. Lei rise per questa improvviso inatteso accordo, lui appena piegò le labbra, ancora un po’ sulla difensiva.
Giada non si rendeva sempre conto del potere che può esercitare una donna, con la sua sola presenza.
“Arrivo con i bicchieri. Ah, solo un attimo, devo chiamare Luisa!” 
Giada ne approfittò per portarsi più decisamente in attacco. Stefano l’avrebbe presa troppo in giro, doveva capire questa cosa senza rendersi ancora ridicola ai suoi occhi.
“Sei sicuro che non era una cosa zozza quella che diceva Stefano?” domandò subito a Gabriele.
“Ma no, certo che no!” risposte lui, stavolta in un sorriso pieno, come gratificato nel rassicurarla.
“Insomma ma che voleva dire, allora?”
“Davvero non lo sai?” negli occhi di Gabriele traspariva uno stupore autentico. Proprio adesso si deve mettere a fare il prezioso, pensò Giada. Dài che ho poco tempo prima che torna Stefano. Speriamo che Luisa lo tenga al telefono per un po’. Quella è tanto simpatica ma se inizia a parlare, d’altra parte…

Allora me lo dici? Vedi che è una cosa a doppio senso e ti vergogni?” Giada tentava di portarlo allo scoperto nel minor tempo possibile.
“Ma dài”, fece Gabriele divertito. Giada quasi si irritò di tutta questa sicurezza che sembrava essergli piombata addosso di colpo. Proprio quando sperava di andar giù come il burro quello si metteva a rilanciare, rispondere con domande alle sue domande. Irritantemente sibillino. 
Dalla cucina veniva un parlare sommesso. Si innervosiva un pochino quando Stefano si isolava a parlare con la sua fidanzata. Poi si innervosiva doppiamente perché pensava che non avrebbe dovuto provare niente del genere. Decise che intanto Gabriele si meritava un’occhiataccia.

Twitter
Un ottimo… social pillow
“Va bene, ti spiego subito” si affrettò Gabriele. Aveva funzionato, almeno questo.
“Avanti”, disse Giada.
“Beh c’è questo sito, vedi, si chiama Twitter….”
“Quello che ne parlavano… ne parlava anche Fiorello nella sua trasmissione, giusto?”
“Ecco, sì. Esatto. Infatti dicono che Fiorello abbia sdoganato Twitter”
“Embé?”
“Embé che?”
“GABRIELE!!” fece Giada esasperata.
“Calma, calma. Ecco, ti spiego. Allora, tu vai alla pagina di Twitter, ti registri, e poi puoi cominciare a inviare messaggi”
“A chi?” chiese Giada, alla quale la cosa non sembrava poi così rivoluzionaria.
“A tutti” 
“Come, a tutti?” 
“Beh tutti possono leggere, ma non tutti trovano i tuoi messaggi nella loro timeline, solo i tuoi follower
Giada avrebbe giurato che sulla parola follower Gabriele si fosse fermato apposta, per vedere l’effetto che faceva su di lei.

Questo qui ha preso troppo da Stefano, forse dovrei menarlo. Pensò Giada.
“No Luisa, non è così semplice. Insomma ne avevamo già parlato, no? Perché ci torni ancora sopra?” la voce di Stefano era più acuta, sbucò soltanto questa frase dalla cucina. Ma allora stanno litigando di nuovo, pensò Giada. Le dispiaceva, negli ultimi tempi c’era qualcosa che non andava tra loro. Lei ne stava ai bordi. Da amica di entrambi, ne soffriva.
Per i successivi cinque minuti, Giada riuscì solo a sentire un bisbigliare indistinto. Poi Stefano rientrò con la caraffa in mano. Il sorriso artificiale stampato sulla faccia non avrebbe convinto nemmeno un barbagianni in letargo (sempre che ci vadano, in letargo, i barbagianni).
“Ecco la limonata”, disse asciutto, guardando un punto indistinto del salone.
“Ma che è successo?” fece Giada.
“Eh? No, no. Niente. Le donne, sai” replicò evasivo Stefano.
“Le donne le so, le so più di te” rispose Giada tentando di buttarla sullo scherzo.
Un pochino funzionò perché il viso di Stefano si rilassò in maniera minima ma percepibile, e si riavvicinò al suo umore normale.
“Che stavamo dicendo? Ah sì. Allora tu cinguetti?” disse mentre il suo sorriso sornione rifaceva finalmente capolino. Giada non lo poteva dire – nemmeno a se stessa – ma quando sorrideva così l’avrebbe anche sposato, d’impulso.
“Ma certo!” fece lei spavalda.
“Ah sì?  Ma non ti ho mai trovato in rete”, fece lui perplesso. “E da quando, scusa?” 
“Da quando, da quando..… ma che domande… saranno sì o no due minuti!” rise Giada, mentre tra lei e Gabriele si scambiavano uno sguardo complice.
Ora Giada aveva il suo account Twitter. Se Jennifer Lopez, Fabio Volo ce l’hanno, si disse, ci sarà pure un senso. 

Ora devo solo scoprire quale è, pensò. E si concesse un sorso di ottima limonata.
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Il problema è il software

Man mano che passa il tempo, rifletto e a volte mi capita di… aggiustare il tiro. Anche e soprattuto in relazione alla tecnologia di uso quotidiano. In realtà devo dire che mi capita abbastanza spesso. Fossi un consulente informatico di una ditta manderei tutti ai pazzi, perché ogni due settimane proporrei e illustrerei dettagli di strategie di sviluppo e adozione software completamente diverse. Forse è per questo che faccio l’astrofisico, invece.
Tanto per spiegare. Perché a breve distanza dal post dove magnificavo Android a scapito di iOS, ora sto per scrivere un altro contributo che va in direzione esattamente opposta (o più propriamente, nella stessa direzione e in verso opposto). Tuttavia, per non contraddirmi completamente e perdere del tutto quel poco di credibilità che ancora potevo avere, cercherò di approcciare la faccenda da una direzione lievemente diversa. Ovvero quella del software.
Ce la farà Google Play ad offrire
una esperienza d’uso completa e coerente
per app, film, libri e musica?

Infatti il problema è il software. E’ chiaro, no? Siate onesti: quante volte avete anche voi lo avete pensato? La mattina, lavandovi i denti davanti allo specchio, pettinandovi, prendendo la giacca (attenzione, non scordate le chiavi della macchina, sono lì sul tavolino all’ingresso) ? Il problema è il software, esatto.

Mi ha fatto riflettere anche un bell’articolo su PC Magazine di aprile. La scelta di un tablet è data in ultima analisi dalle cosiddette killer application che intendiamo farci girare sopra. Dunque la scelta di uno non è quella dell’altro: Franco sceglie un iPad e Carla sceglie un Sony S. Non c’è una cosa migliore in assoluto. Tutto uguale, dunque?

In effetti… c’è un però. Azzardo. L’approccio degli sviluppatori per Android deve ancora maturare: non si può sviluppare per un device da 10” come se fosse un 4” allargato. Altrimenti lo spazio non si usa bene, viene sprecato. Su questo devo dar credito ad Apple. Le applicazioni per iOS – anche quelle cosiddette universali, che funzionano su iPhone e iPad (e iPod touch) – sono di norma ottimizzate egregiamente per trarre il massimo vantaggio dello spazio disponibile (e quasi sempre, anche dell’orientazione del device). 

Per Android non è ancora proprio così, mi sa.
Detto questo (e fatte salve le riserve su iOS come sistema operativo, presentate nel recente post), mi sto chiedendo quali siano le mie killer applications, ovvero ciò che vorrei portarmi dietro in uno smartphone
E’ una cosa molto personale, ma in questo caso, pur essendo personale, è anche cosa che si può scrivere su un blog. Se devo pensare alle applicazioni più ghiotte per me, ecco quello che mi viene in mente (elenco assolutamente incompleto, badate bene!):
  • DayOne. Colpa sua se ho ripreso gusto a scrivere un diario privato. Colpa sua se mi piace rileggere cosa ho scritto il giorno prima, o la settimana prima o ancora più indietro. E capire meglio il senso di cosa succede e cosa faccio, o lascio succedere quando ci riesco. 
  • MomoNote. Eccellente sistema di etichette, ogni volta che c’è una cosa che mi voglio ricordare la butto dentro. Citazioni, parti di email, brani di libri. Mi servono tanto i buoni spunti, per attraversare le giornate. Qui li ripesco al volo, quando voglio.
  • iA Writer. Ti fa riscoprire il piacere di scrivere. Sopratutto ti fa riscoprire l’attraente semplicità di buttare giù parole. Elegante e minimalista. Io lo trovo ottimo soprattutto per scrivere poesie (in questo si sta candidando a sostituire Google Docs, che era perfetto nell’era informatica precedente, quella che si viveva usando solo il computer). Certo scrivere con lo smartphone non è ideale, ma ho la sensazione che per appuntare qualcosa da rivedere in un secondo tempo, può andar bene.
  • Google Reader & Feedly. Non dimentichiamoci i feed.
  • Gmail (posso fare senza?)
  • Facebook (quasi come sopra)
  • Twitter (quasi come sopra)
  • Foursquare (forse inutile, ma divertente)
  • Kindle app e un lettore di libri in formato epub 
  • Waze per le info sul traffico (occhio a non cercare di usarlo mentre si guida però!)
  • Edge. Quanto mi piace questo giochino elegante e tranquillo…. 😉
  • …. (to be continued) …
DayOne, MomoNote e iA Writer sono solo per iOS (almeno, al momento). Questo è un bel colpo per la mia permanenza nell’ecosistema Android. Poi, avendo un MacBook e un iPad (e un iMac in arrivo) mi tenta l’integrazione in uno stesso ecosistema (certamente chiuso, ma coerente e ben realizzato). Insomma non è così improbabile una futura migrazione.

Per ora, comunque, aspetto con una certa curiosità l’arrivo di Android Ice Cream Sandwitch sul mio Sony-Ericsson Xperia Ray, in modo da poter fare le mie valutazioni. E con pari curiosità, sto a guardare le recentissime mosse di Google per creare un ecosistema finalmente completo e coerente, avviate con l’apertura di  Google Play.

Se penso che in anni passati mi appassionava la sfida linux vs. Windows, oggi guardo alla contesa iOS vs. Android con lo stesso identico interesse. Sono cambiati i tempi, le possibilità offerte dalla tecnologia, o sono cambiato io? O entrambe le cose?

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Qualcosa di nuovo

Il meteo diceva che avrebbe fatto al massimo una spruzzatina di pioggia,  nel pomeriggio. Del resto, la mattina il sole era così invitante e le sue lusinghe così piacevoli, che la cosa più opportuna sembrò proprio dare corso al piano messo a punto nella giornata di sabato. Andremo al picnic, sì. 

La mattina scendo a sistemare le biciclette, con un umore misto e tendente sul dark; recenti contatti di pelle e squarci, lame di luce, di gioia poi aperture e chiusure e impacci eppoi la sensazione di complicazione che a volte prende i rapporti, anche quelli amorosi, e tutte le cose quando ci scordiamo che sono semplici. 

Insomma, le biciclette sono a posto, si può partire. La mamma ci segue con la macchina portando le vivande. Simone e Agnese vengono con me, in bicicletta. Dò le indicazioni, i bimbi seguono. In bicicletta obbediscono più volentieri. Mi sembra tornarmi addosso un po’ di piacevole autorevolezza che nella vita familiare ordinaria sento di aver perso. Arriviamo al parco e c’è un bel sole.

Poco prima della fuga per la pioggia…

Alla fine siamo soltanto noi, non abbiamo chiamato nessun altro. Improvvisamente mi sento stretto. I piccoli si litigano per un niente e mi viene istintivo un moto di sconforto. Ancora questo, ancora questa sensazione che la vera vita sia altrove. E non ci sono argomentazioni razionali, devi scendere fino al profondo delle cose che vivi e capire perché le stai vivendo. Appena vai avanti per inerzia devi fermarti e ragionare. Devi scegliere di nuovo ciò che fai, capire ciò che sei. Altrimenti “tutto diventa pesante, uno sforzo titanico per fare qualcosa che non c’entra più niente con il nostro desiderio” (Julian Carron).

Non siamo fatti per andare avanti in automatico. Grazie al cielo. Quando scegli di nuovo (e basta un istante di coscienza) tutto ritorna più umano, vivibile, pieno di senso. Le stesse identiche cose, viste da fuori. Completamente diverse, viste da dentro. Vuol dire essere avventurieri ancora. A qualsiasi età (ri)parte l’avventura, senza precondizioni. A volte riparte proprio quanto ti senti più poveretto, con le mani vuote. Perché finalmente ti arrendi, molli le pretese tue. «La vita quotidiana è la più romantica delle avventure e soltanto l’avventuriero lo scopre» (G.B. Chesterton)


Rientriamo a casa di corsa per la pioggia. Con Agnese decidiamo, usciremo ancora con le bici. La primavera è iniziata. Ed è vero,“in qualsiasi momento inizia qualcosa di nuovo” (Luigi Giussani). Questa è la cosa su cui voglio scommettere. Su cui giocare la fatica. Su cui far impattare gli scoramenti, le depressioni, le delusioni.

Anche con una bicicletta e un parco e un ritorno frettoloso per la pioggia. E una vita da riempire, ogni momento, di significato.

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Quasi nulle le probabilità di impatto con l’asteroide 2011 AG5

L’orbita dell’asteroide 2011 AG5 va oltre l’orbita di Marte e nel punto più vicino al Sole si trova a metà strada tra Venere e la Terra. Crediti: NASA/JPL:Caltech/NEOPO.

In questi giorni si è diffusa la notizia che un asteroide ha 1 probabilità su 625 di colpire la Terra il 5 febbraio 2040.

Ma l’asteroide 2011 AG5 colpirà davvero il nostro pianeta?

La risposta è: molto probabilmente NO. I ricercatori ovviamente necessitano di maggiori informazioni e dati sulla sua orbita e sulle sue future variazioni per una risposta definitiva.

2011 AG5 fa parte della categoria dei Near-Earth Asteroid (NEA), ossia asteroidi la cui orbita interseca quella terrestre. “A causa dell’estrema rarità di un impatto di un Near-Earth Asteroid di tali dimensioni con la Terra mi aspetto che saremo in grado di ridurre in modo significativo o di escludere in modo definito qualsiasi rischio di impatto per il prossimo futuro” ha affermato Donald Yeomans, responsabile del Programma Near-Earth Object Observations della NASA al Jet Propulsion Laboratory (JPL).

Yeomans ha classificato la probabilità di impatto come “improbabile”. Vediamo qui di seguito alcune degli aspetti più interessanti e curiosi di questo oggetto.

Secondo la scalda Torino Impact Hazard la probabilità di un impatto con questo asteroide è pari a 1. Tenendo conto che tale scala va da 1 a 10, questo valore implica che l’asteroide passerà vicino alla Terra senza porre alcun rischio per la Terra. I calcoli attuali mostrano che la probabilità di collisione è estremamente improbabile, senza motivo di preoccupazione per la popolazione mondiale. Molto probabilmente le future osservazioni telescopiche porteranno alla riassegnazione del livello zero. 1 possibilità su 625 è quello che al momento la NASA ha in base ai dati attuali. Ulteriori osservazioni probabilmente saranno in grado di diminuire la probabilità anche al valore nullo.

Le dimensioni di 2011 AG5 sono di 140 metri di larghezza; la composizione al momento non è ancora conosciuta, anche se è probabilmente di tipo roccioso con una crosta di ghiaccio o di ferro.

2011 AG5 fa parte di una famiglia molto numerosa di NEO: al momento le stime sono pari a 8 744 oggetti scoperti (dato stimato all’1 marzo 2012). I NEO sono oggetti che si trovano in una regione compresa entro le 1,3 UA dal Sole (dove 1 UA è pari alla distanza Terra-Sole, ossia 150 milioni di chilometri). 1 305 di questi NEO sono classificati come Potentially Hazardous Asteroids (PHA), ossia asteroidi potenzialmente pericolosi con dimensioni maggiori di 150 metri con un avvicinamento all’orbita terrestre fino a circa 0,05 UA. 2011 AG5 si trova al limite di questa classificazione.

L’asteroide 2011 AG5 è stato scoperto l’8 gennaio 2011 dagli astronomi utilizzando un Telescopio Riflettore Cassegrain di 60 pollici situato sulla sommità del Monte Lemmon, nelle Catalina Mountains a nord di Tucson, Arizona. Attualmente 2011 AG5 si trova molto vicino al Sole e questa sua vicinanza, dal nostro punto di osservazione sulla Terra e quindi dalla nostra posizione, comporta la non possibilità di fare osservazioni.

“Nel settembre 2013 avremo la possibilità di fare ulteriori osservazioni di 2011 AG5 quando arriverà a soli 147 milioni di chilometri di distanza dalla Terra” ha affermato Yeomans. “Avremo l’opportunità di osservare questa roccia spaziale e di perfezionare i calcoli della sua orbita”. Yeomans ha aggiunto che osservazioni ancora migliori saranno possibili sul finire del 2015.

2011 AG5 si avvicinerà nuovamente alla Terra nel febbraio 2023, quando passerà a non più di 1,9 milioni di chilometri. Nel 2028 l’asteroide sarà ancora vicino alla Terra, a circa 20,6 milioni di chilometri. L’ufficio del Near-Earth Program afferma che l’influenza gravitazionale terrestre sull’asteroide durante questi avvicinamenti ha potenzialmente la possibilità di posizionare l’oggetto su un orbita di impatto con Terra per il 5 febbraio 2040, ma questo è molto improbabile, dato che siamo su valori di 1-625.

“Ancora una volta, è importante notale che con le ulteriori osservazioni nel prossimo anno, le stranezze cambieranno e ci aspettiamo che cambieranno a favore della Terra” ha detto Yeomans.

Se 2011 AG5 dovesse impattare la Terra, in base ai calcoli dal sito Impact Earth, un oggetto di tali dimensioni dovrebbe frammentarsi all’interno dell’atmosfera terrestre ad un’altitudine di circa 65 500 metri. Alcuni frammenti maggiori arriverebbero a terra, con velocità pari a 2,64 km/s. L’energia sprigionata durante l’impatta sarebbe di 7.52 x 10^15 Joule, o di 1.8 megatoni.

Questo non dovrebbe causare alcun problema serio a livello globale, dato che il pianeta, inteso come un tutt’uno, non verrebbe fortemente perturbato dall’impatto. I frammenti del proiettile dovrebbero colpire il suolo lungo un’ellisse di circa 1,17 chilometri per 0,824 chilometri di diametro, e il risultato dell’impatto sarebbe una zona di crateri, non un singolo cratere. Il più grande dovrebbe avere dimensioni di circa 400 metri di diametro. L’impatto dovrebbe causare un terremoto di magnitudo 4,8 della scala Richter.

Se ci dovessimo trovare nella zona dell’impatto tra 1 e 10 chilometri sentiremmo una sensazione simile a un autocarro pesante che che impatta contro un edificio. Le auto nelle vicinanze verrebbero scosse in modo violento, mentre all’interno degli edifici i piatti, le finestre ed i muri verrebbero sicuramente toccati dalla scossa con vibrazioni importanti. Una potente raffica di vento si dovrebbe registrare dopo pochi secondi l’impatto ad una velocità di circa 26,3 m/s.
Se l’oggetto che impatta cadesse nell’oceano l’impatto verrebbe a produrre uno tsunami dopo circa 6,18 minuti dalll’impatto. A 10 chilometri di distanza l’ampiezza dell’onda sarebbe compresa tra 4,78 e i 9,55 metri.

Yeomans afferma che ogni giorno la Terra viene colpita da più di 100 tonnellate di materiale perduto da asteroidi e comete. Fortunatamente la stragrande maggioranza di questa perdita è sottoforma di polvere e di piccole particelle. “Occasionalmente osserviamo queste particelle di dimensioni dei granelli di sabbia brillare nel cielo, creando meteore, o stelle cadenti, dato che bruciano mentre penetrano nell’atmosfera terrestre” ha raccontato Yeomans nell’articolo su Top Ten Asteroid Factoids. “Circa una volta al giorno, oggetti delle dimensioni dei palloni da basket colpiscono l’atmosfera e bruciano a contatto con essa. Poche volte all’anno un frammento delle dimensioni di una piccola automobile penetra nell’atmosfera terrestre. Questi frammenti più grandi causano delle palle di fuoco impressionanti mentre attraversano l’atmosfera. Molto raramente frammenti consistenti sopravvivono al passaggio nell’atmosfera della Terra e colpiscono la superficie diventando meteoriti”.

Per ulteriori informazioni:
Near Earth Object Program (NASA): http://neo.jpl.nasa.gov/

JPL-NASA: Asteroid 2011 AG5 A Reality Check: http://www.jpl.nasa.gov/news/news.cfm?release=2012-051
La scala di pericolosità di impatto: The Torino Impact Hazard Scale- http://neo.jpl.nasa.gov/torino_scale.html
Impact Earth Website: http://www.purdue.edu/impactearth

Top Ten Asteroid Factoids: articolo-intervista a Don Yeomans: http://www.jpl.nasa.gov/asteroidwatch/facts.cfm

Immagine tratta da Daily Mail: http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2107654/Nasa-identifies-new-asteroid-threat-hit-Earth-2040–UN-begun-discussing-divert-it.html

Sabrina 

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Molecole di ossigeno intorno a Dione, satellite di Saturno

Cassini ha rivelato ioni di molecole di ossigeno intorno alla luna ghiacciata Dione. Crediti: NASA/JPL/SSI.

Vi è ossigeno intorno a Dione, uno dei 62 satelliti conosicuti di Saturno. Questo è l’annuncio che è stato dato da un gruppo di ricercatori del Los Alamos National Laboratory di New Mexico. La presenza di ossigeno molecolare intorno a Dione crea una possibilità estremamente intrigante per i componenti organici – i mattoni della vita – di poter esistere su satelliti di altri pianeti diversi dalla Terra.

La luna Dione ha un diametro di 1 123 chilometri e orbita intorno a Saturno ad una distanza che è la stessa della nostra Luna dalla Terra. Fortemente craterizzata e solcata da lunghe scarpate luminose, Dione è fatta principalmente di ghiaccio d’acqua e roccia. Compie un’orbita completa intorno a Saturno ogni 2,7 giorni.

I dati acquisiti durante un passaggio ravvicinato della sonda Cassini dalla luna nel 2010 sono stati utilizzati dai ricercatori di Los Alamos per confermare la presenza di ossigeno molecolare nell’alta atmosfera estremamente rarefatta di Dione, così sottile che si preferisce chiamarla esosfera. Anche se non sarebbe possibile tirare un respiro profondo su Dione, la presenza di O2 indica un processo dinamico in atto.

“La concentrazione di ossigeno nell’atmosfera di Dione è abbastanza simile a quella che si potrebbe trovare nell’atmosfera terrestre ad un’altitudine di circa 180-200 chilometri” ha affermato Robert Tokar, ricercatore presso il Laboratorio di Los Alamos e primo autore dell’articolo pubblicato su Geophysical Research Letters. “Non è sufficiente per permettere la vita ma, insiene alle osservazioni su altre lune intorno a Saturno e Giove, questi sono esempi definitivi di un processo attraverso il quale un sacco di ossigeno può essere prodotto in gelidi corpi celesti che sono bombardati da particelle cariche di fotoni provenienti dal Sole o da qualsiasi sorgenti di luce nelle vicinanze”.

Dione ripreso dalla sonda Cassini durante uno dei suoi fly by. Crediti: NASA/JPL/SSI

Su Dione la sorgente di energia è il potente campo magnetico di Saturno. Mentre la luna orbita attorno al gigantesco pianeta, gli ioni carichi nella magnetosfera di Saturno collidono sulla superficie di Dione, strappando ossigeno dal ghiaccio sulla superficie e sulla crosta. Questa molecola di ossigeno (O2) viene catturata dall’esosfera di Dione, dove viene ancora una volta soffiata via nello spazio, dal campo magnetico di Saturno.

Gli strumenti di Cassini hanno rilevato l’ossigeno in una scia su Dione durante un fly by nell’aprile 2010.
La molecola di ossigeno, se presente su altre lune, come su Europa o su Encelado, potrebbe potenzialmente legare con il carbonio nell’acqua del sottosuolo per formare i mattoni della vita. Dal momento che c’è un sacco di ghiaccio d’acqua sulle lune dei giganti gassosi così come alcuni campi magnetici molto potenti originati soprattutto da Giove e Saturno, c’è motivo di pensare che via sia ancora ossigeno che potenzialmente possa essere trovato su altri pianeti o lune del nostro sistema solare.

Per le leggere il comunicato stampa sul Los Alamos National Laboratory si visiti “Oxygen detected in atmosphere of Saturn’s Moon Dione”: http://www.lanl.gov/news/releases/oxygen_detected_in_atmosphere_of_saturns_moon_dione.html

Aritcolo disponibile su Geophysical Research Letters, “Detection of exospheric O2+ at Saturn’s moon Dione” VOL. 39, L03105, 7 PP., 2012, R. L. Tokar, R. E. Johnson, M. F. Thomsen, E. C. Sittler, A. J. Coates, R. J. Wilson, F. J. Crary, D. T. Young e G. H. Jones, doi:10.1029/2011GL050452 su: http://www.agu.org/pubs/crossref/2012/2011GL050452.shtml

Sabrina

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Il Sole distrugge un’altra cometa

La cometa SWAN. Crediti: SOHO/NASA. Disponibile su: http://sohowww.nascom.nasa.gov/pickoftheweek/Comet_swan_C2.jpg .

 

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=00cOo2Hea8Q

In questa animazione realizzata dalle osservazioni del Solar and Heliospheric Observatory (SOHO) della NASA, guardate come la cometa SWAN, scoperta solo qualche giorno fa, arriva in basso a sinistra e si avvicina al Sole… E non riesce a sopravvivere come la cometa Lovejoy, arrivata in prossimità del Sole ed emersa dall’altra parte nel periodo di Natale 2011. E’ il 14 marzo 2012.

Riguardiamo ancora la stessa scena ad una velocità metà della precedente. Mentre la cometa entra nel campo di vista, si osserva un Coronal Mass Ejection, un’espulsione di massa coronale dal Sole.

La cometa Lovejoy era un po’ più grande e l’unica cometa finora osservata da SOHO in grado di sopravvivere nel suo passaggio molto ravvicinato con il Sole. Il CME che emerge dalla parte nord occidentale verso la fine del filmato non è stato causato dall’impatto di questa minuscola cometa. E’ solamente un’altra eruzione nella regione attiva 1429.

Crediti: NASA/SOHO, musica: Heavy Interlude di Kevin MacLeod; http://www.incompetech.com, Phil Plait, BadAstronomy.com.

La cometa Lovejoy, denominata C/2011 W3, venne osservata da SOHO nel suo sedicesimo anniversario del lancio, il 2 dicembre 2011. Fece sorprendere tutti i ricercatori dato che fu in grado di sopravvivere dopo essere precipitata nella corona solare a diversi milioni di gradi.

Il 15 e il 16 dicembre scorsi, che corrispondono al giorno precedente e posteriore al passaggio al perielio della cometa, il solo server web di SOHO fu in grado di registrare due giorni di record di visite: 2 878 750 e 3 037 971 rispettivamente. I due strumenti a bordo di SOHO, LASCO e UVCS compirono osservazioni molto particolari ed estremamente dettagliate di questo eventi. Le misurazioni dovrebbero fornire i tassi di degassamento e la dimensione del nucleo.

Molte sono ancora le domande aperte: che cosa causò a Lovejoy la perdita della coda all’interno dell’atmosfera del Sole per poi la sua ricomparsa in un secondo momento? Come fece a sopravvivere?

Per ulteriori informazioni sulla cometa Lovejoy: La cometa Lovejoy diretta sul Sole: http://tuttidentro.wordpress.com/2011/12/15/la-cometa-lovejoy-diretta-sul-sole/

La cometa Lovejoy è sopravvissuta all’incontro con il Sole: http://tuttidentro.wordpress.com/2011/12/16/la-cometa-lovejoy-e-sopravvissuta-allincontro-con-il-sole/

Lovejoy, un incontro col Sole memorabile: http://tuttidentro.wordpress.com/2011/12/17/lovejoy-un-incontro-col-sole-memorabile/

La cometa Lovejoy. Crediti: SOHO/NASA.

Sito SOHO NASA: http://sohowww.nascom.nasa.gov/

Sabrina 

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Open source e ricerca: il caso di GaiaOpen source and research: the case of GAIA

Traduzione e adattamento in inglese di un post già apparso sul sito

How important is the open-source software as part of the scientific research nowadays? Since I am an astronomical researcher, a lover and a user of open-source software, I’m very interested in trying to deepen this topic.

Well, an opportunity to talk about it now comes from the observation of software tools that are utilized in a big project to which I am also taking part, that is the definition of procedures for processing and analyzing the photometric data that will be generated by the ESA (European Space Agency) probe called GAIA (curiously, one of the first articles appeared on my italian blog was just about GAIA, in 2002). The probe will be launched in 2013, but the work for the definition of the appropriate procedures is already running at full capacity.

An artistic image of GAIA (Credit: ESA/Medialab)

In my opinion, even a simple, brief list of software tools used by the different teams of Gaia – coordinated through a European network of scientific institutes – would probably be enough to understand that the open-source software is doing great or – to put it in a more technical way – that it now can count on its own defined space essential for applications and fields, at least in scientific research.

To proof this, I’ve written down a list (incomplete) of the open source software currently used in the development of the Gaia data reduction procedures, made by simply thinking about the tools that are used, by me or my colleagues, for the daily work within the project itself…

So, this is the catalog:

  • Java: is the language of analysis software and data reduction. Following a decision of ESA, all procedures need to be written in Java. This involves a series of remarkable benefits in terms of independence from the hardware, portability, modularity, etc. … too long to be fully explained here.
  • Eclipse: is the highly recommended development environment  (which is to say, do what you like, but you don’t expect support with other environments…)
  • SVN: all the code is put under revision control, using subversion
  • MediaWiki: there is a wiki with restricted access, very large, in which is shown all the project documentation, the meetings and seminars for the various teams, the documentation. Briefly, a sort of mini thematic Wikipedia, devoted to people working on the project.
  • Hudson: a tool to automatically test the codes, at scheduled intervals, and submit reports on webpage
  • Cobertura: this tool is able to calculate the percentage of the code accessible to the test procedures
  • Mantis: is the chosen tool for controlling and managing bugs in the project
  • Grace: a useful tool to create graphics
  • Topcat: an interactive browser of tables and data editor
  • ant: a useful compilation tool in Java
  • Plastic (Platform for Astronomical Tool Interconnection) is a protocol of communication among different tools utilized mainly in astronomy (now is going replaced by SAMP)
  • And probably there’s something more that I cannot recall right now… 🙂

 The interesting thing is that all this software is released under the GPL (General Public License) or similar, which makes it much easier to spread and use the software itself: there is no need to obtain proprietary and restrictive licenses (or to make our own institutes acquire them…): you can download the software and begin to use it immediately. That’s it. It’s not bad, I’d say, both for the “personal scientific productivity” and for the undoubted advantage that this has as part of the real project. Can you imagine how much of the researcher’s time and of the taxpayer’s money should be spent if they had to obtain licenses (renewals, software keys…) for all these things?

(Kindly translated by Claudia Castellani from italian).

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Sul primato della geografia

A volte ci metto un po’ per capire delle cose. Capirne il significato vero, oltre le parole.

“…non perché siamo bravi, ma perché accettiamo di essere all’interno di un luogo dove Lui ci fa capire, sperimentare, gustare Chi è e quindi, cosa è la vita, cosa può essere la vita”
(Julian Carron, “L’inesorabile positività del reale“)

Meditavo su questo passaggio stamattina, uscendo dalla palestra. E’ qualcosa che fa una differenza radicale, completa; di quelle differenze capaci di cambiare la vita. Mi sono visto alla luce di questa frase e improvvisamente ho capito qualcosa di me. Ho sempre cercato la “prestazione” e mi sono giudicato, severamente, su questa. Essere capaci di raggiungere un certo “standard”, spirituale, morale, etico, familiare, lavorativo, etc… Raggiungerlo, tenerlo, nel tentativo di porre argine all’insicurezza, al dubbio, alle occasionali derive di mancanza di senso.
Ma che bello spreco di energia, a pensarci.
Si perché invece è una cosa tutta diversa. Non è una questione di standard etici (“non perché siamo bravi”), ma di semplice geografia. Scegliere dove stare e non tormentarsi più sul come si è. Stare nel luogo dove Lui ci fa capire, ecco. Stare. Tutto qua, tutto qua! La vita è semplicissima. Stare in questo luogo, e non preoccuparsi più di niente. Stiamo, e lasciamo fare. Sarà Lui a preoccuparsi di noi.

1096 Paris-Montmartre Early Morning
Guardare, prima di tutto… !
Quanto mai vero per Parigi, non vi pare?

Il bello è che riesco a sorprendere questa cosa “in atto”. E’ una cosa di ogni momento, di ogni più piccolo attimo. Se non accetto di essere all’interno di questo luogo, mi attacco immediatamente, per sentire la consistenza di me, ad uno standard, ad una “prestazione”: mi giudico. Non lo dico, ma pongo la salvezza in un mio cambiamento. Mi costringo in gabbia da solo. Guardo me e non guardo fuori. Non guardo davvero i posti, la realtà.
C’è aria stantìa, c’è proprio bisogno di cambiare: ci vuole geografia, non moralismo. La bellezza di un luogo, non la costrizione di un ragionamento, la pericolosa sterilità di un nefasto perfezionismo.

Lo ammetto: non mi piaceva la geografia da giovane studente. Agricoltura, industrie, terziario. La lista di cose da memorizzare per ogni regione, ogni più piccola nazione. Dopo tanti anni, mi devo ricredere. Un bel posto è un bel posto, non si discute. E si stratta prima di tutto di guardare, che di pensare a come comportarsi. Stare in un luogo e scoprirne pian piano la bellezza.

E la vita, infatti, diventa più bella. Da subito.
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