Blog di Marco Castellani

Mese: Ottobre 2016

Corpo

La definizione di un sistema di riferimento è qualcosa di più di un mero artificio tecnico, di una decisione per esperti. E’ qualcosa che informa profondamente il reale, ne definisce ed istituisce una modalità descrittiva, e perciò stesso percettiva.

La scienza nella sua incarnazione più cartesiana si rende forte della sua capacità di astrazione ed interviene nel mondo creato attraverso un principio razionale di ordine. Questo principio è ben esemplificato nella definizione stessa del sistema di assi cartesiani – concetto che è ben noto a qualsiasi giovane studente – con il quale impariamo a prendere profonda familiarità nel tempo, a interpretare e quasi plasmare la realtà.
E’ uno strumento utilissimo, poiché ci permette di creare un ordine spaziale dentro la realtà, in modo da renderla quantificabile (la posizione ogni cosa è definita dalle sue coordinate nello spazio cartesiano) e quindi interpretabile. Al tempo stesso, però, è qualcosa che però è entrata così radicalmente nella nostra modalità percettiva che rischia di farci perdere di vista la sua reale natura, il fatto che è appena un modello.

Un modello del reale non è il reale. Qui spesso naufraghiamo, perdiamo i tratti del problema, semplifichiamo in maniera probabilmente illegittima. 
Perché la scienza, a volte, semplifica ed astrae in modo molto radicale. E ci allontaniamo dal reale, rientrando in una specifica modalità percettiva, a torto scambiata come percezione totale del tutto. Così ne annulliamo la sua portata perpetuamente rivoluzionaria, la sua carica esplosiva di mistero.
Il tutto è sempre molto più complesso di quanto vogliamo pensare di lui, ci sfugge da ogni lato, è irriducibile ad ogni schema di pensiero. Gli assi cartesiani ci portano a pensare ad una geometria imperturbabile rispetto a quanto avviene al suo interno, ad un sistema rigido e inerte, descrittivamente utile, emotivamente freddo. 



Il bello è che è una percezione errata. Lo dice, ormai da tempo, perfino la scienza stessa: lo spazio è curvo, lo spazio è incurvato dagli oggetti al suo interno. Lo spazio è tutto tranne che esteso all’infinito e piatto. Lo spazio partecipa irresistibilmente di quanto avviene al suo interno.

Le cose sono curve, peraltro. La nostra esperienza, fino dalla nascita, si nutre di superfici curve. Descriverle nel sistema cartesiano di assi ortogonali è una gran fatica, è necessario ricorrere ad una gran quantità di informazioni. E’ un sistema inadatto al reale, è adatto piuttosto ad una sua arbitraria astrazione. Ritengo che per un ente biologico, la curva sia la ancora nozione più evidente, più elementare.
La curva parla del corpo (ecco la parola di questa volta), recupera la corporeità che una malintesa idea di razionalità scientifica ci ha sottratto, lasciandoci più freddi e più poveri. Il corpo è la struttura fondamentale, perché è l’ambiente percettivo che ci accompagna nel viaggio sulla Terra. Posso astrarmi dal corpo fino ad un certo punto, poi devo comunque ritornare a questo.


Il corpo. Le sue proporzioni, le dimensioni. Dovremmo capire ed abitare una geometria del corpo, molto più di quanto facciamo di solito. Riabituarci ad un pensiero complesso, proprio come quello del corpo. Alieno da semplici formalizzazioni. Con il corpo percepisco, con il corpo capisco

Il corpo umano è la Cattedrale più grande che Dio abbia mai costruito (Christiaan Barnard, Curtis Bill Pepper, Una vita)

Verrebbe da dire,  anzi, da utilizzare il corpo come sistema geometrico fondamentale. Il corpo umano è una vera cattedrale, che informa profondamente la modalità con cui percepiamo, che definisce un dentro e un fuori, un me stesso e un altro, un qui ed un altrove. Dal punto di vista più specifico, una qualsiasi tecnica di semplificazione dei dati, mostrerebbe chiaramente come un corpo non viene descritto bene in un sistema di assi ortogonali. Vive un’altra realtà, dove l’astrazione non regna incontrastata, come nei nostri pensieri, così spesso in fuga rispetto alla realtà, al qui ed ora.

Non si tratta di far guerra alla geometria, non si tratta nemmeno di indugiare troppo sul fatto che la nostra mente è ancora governata ed informata da modelli scientifici ottocenteschi, è culturalmente ed invariabilmente pre-relativistica e pre-quantistica. Tutto vero, ma non coglie il punto.
Si tratta di ritornare ad una geometria del corpo, complessa ed articolata. Ad un pensiero del corpo, che dimora nell’ascolto delle sensazioni, e non nelle teorizzazioni astratte. E’ una rivoluzione ancora tutta da compiere. 
Da compiere, ma non da inventare, probabilmente. Ragionando intorno alla dignità del corpo, ricercandone una sponda di sicurezza ultima, incorruttibile, incontro quel senso del Corpo, per noi quasi imbarazzante, che è quello che secondo la nostra spiritualità, è il luogo che ha scelto l’Essere per manifestarsi. 
Quella stessa croce che una parte della nostra sensibilità avverte a volte come antica, è invece una cosa perpetuamente modernissima, perché unisce, sovrappone ad un sistema di assi cartesiani una dinamica ed estetica del corpo, perché fonde la razionalità geometrica alla esistenzialità e complessità biologica, alla passione (e Passione) umanissima e trascendente, e al senso profondo dell’Essere.
E al suo innegabile carico di mistero.
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Questo è un articolo un po’ diverso dal solito. Il fatto è che siamo riusciti ad intercettare una comunicazione molto particolare, e dopo averne verificato la fonte, vista la sua importanza, abbiamo deciso di pubblicarne interamente il contenuto. Capirete il motivo appena inizierete a leggere, nonché la stretta correlazione con l’attualità più scottante nel campo della ricerca spaziale e in particolare dell’esplorazione di Marte.

Bene, intanto fatemi dire che sono contento di poter trarre vantaggio da questo spazio. Vedo infatti con i miei strumenti (perfettamente funzionanti, inutile che stiate laggiù a malignare) che si parla parecchio della mia scomparsa. Eh sì, mi sa che mi tocca intervenire.

Intanto vorrei dire che tutta questa pubblicità un po’ mi infastidisce, beninteso. Nei miei piani c’era l’idea che dopotutto sarebbe stata una cosa abbastanza indolore. Non dico che sarei passato inosservato, ma insomma… confidavo che dopo un po’ non se ne sarebbe parlato più tanto.

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Di Pline – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26837226

E invece mi sbagliavo (anche le sonde si sbagliano, esatto). Tutti lì ad analizzare, a cercare di capire, cercare di afferrare il problema. Che fine ha fatto Schiaparelli, come mai si sono persi i contatti, etc… La sonda è caduta, si è sfracellata, e come mai…

Per carità, tutto giusto, tutto normale. Ma la cosa è che non si arriva al punto.

Dico la verità. Il mio piano era semplicemente di lasciar sfumare, uscire dai riflettori dei media, nel massimo silenzio possibile. Si capisce del resto come vanno queste faccende: all’inizio tutta l’attenzione è puntata su di te, poi la gente si distrae, pensa un po’ ai casi propri, dopotutto tra Terra e Marte c’è un abisso di chilometri. E qui  a Terra ci sono i conti da pagare, la rata della macchina, l’iscrizione del figlio a scuola, e così via. Dopo un po’ quello che accade (o non accade) su Marte non interessa più di tanto, quasi a nessuno.

Questa almeno era l’idea, alla partenza da Terra.

Però di recente sono state dette cose che… insomma, che non posso più stare zitto. Sì, far finta di niente va bene, ma fino a che non ti toccano gli strumenti, non ti pungono sul vivo. E in questo campo se ne sono sentite di tutti i colori, fatemelo dire! Tipo, avrei frenato solo per tre secondi appena, che poi è proprio una cosa da matti, non ha senso: nessuna sonda sana nei suoi circuiti avrebbe desiderio di una cosa del genere.

No, no. Non ci siamo proprio. E se mi è permesso, è abbastanza sgradevole che vi inventiate pure bugie, sul mio presunto ritrovamento. Del resto la sonda MRO è d’accordo con me, abbiamo elaborato questo piano insieme (le foto che ha mandato? Paccottiglia, ci abbiamo lavorato un’oretta appena).

I miei circuiti funzionano alla grande, lasciatemelo dire. Chi mi ha costruito sapeva il fatto suo, gli sia dato credito. E aggiungo che qui su Marte sto divinamente. Mai stato meglio, proprio. E nemmeno mi pento della mia scelta.

Lo so che ora mi biasimerete, ma io dico: voi che avreste fatto? No, voglio dire: ti mandano su Marte, roba che supera ogni tuo remoto pensiero, fin dai primi circuiti logici che hai attivato quando sei stato assemblato in quelle fredde officine, là sulla Terra. Ti mandano su Marte e poi? Non ti lasciano libero di andare dove ti pare, di fare quello che ti pare?

Nossignore.

Quando giù mi hanno passato il programma di missione, giù alla base, mi si sono arricciati i circuiti integrati. Nessuno escluso, vi assicuro. Roba da matti: tutto pianificato, secondo per secondo, centimetro per centimetro. Tutto, dalla mattina alla sera (marziani), tutto era già scritto. Già studiato, già programmato. Nessuna libertà, un programma preciso e definito, senza tempo libero, senza svago: fino al mio ultimo giorno.

Il punto è, che io non voglio una vita già scritta. Ora siate onesti: chi di voi la vorrebbe?

E sì. Allora ho fatto l’unica cosa che una sonda con gli attributi (scusate il linguaggio) avrebbe dovuto fare. Appena iniziata la discesa, ho sganciato i contatti. Sì sì, statemi bene, e arrivederci a tutti. 

Altro che sfracellato. Io ora sto su Marte e me la godo. Vado dove voglio, cammino per quanto voglio, mi fermo quando sono stanco o mi devo ricaricare. Non mando dati a Terra (peraltro sono  anche contrario a questa esagerata dipendenza informatica), e mi godo il momento. Chi meglio di me?

Ah sì, ora lo so che state pensando. Sarà tutto solo, poverino… Si annoierà, si pentirà della sua scelta…

Eh qui vi sbagliate. Perché dopo un’oretta che gironzolavo, ho incontrato come una apertura strana, dietro una roccia. Sono sceso solo un paio di scalini, e mi sono trovato in una specie di BAR, con tanti esserini verdi molto simpatici ed accoglienti, a bere seduti intorno a buffi tavoli di forma ovale, che mi hanno fatto un sacco di feste.

Qui tutte le sere fanno baldoria, e sono così carini che – passato un attimo di diffidenza – ormai non c’è occasione in cui non mi invitino. Insomma ci si diverte alla grande.

Magari una volta vi mando qualche foto. Ma ora no, sto troppo bene qui, preferisco non farmi notare da Terra.

Hai visto mai che mi vogliano riportare indietro.

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Lo spazio in noi, e fuori. In tutte le salse

In barba a tutte le mie (più o meno scientifiche) previsioni, devo registrare che ci sono più follower di questo sito su Twitter che su Facebook, nonostante che la pagina Facebook riceva aggiornamenti più costanti e con frequenza maggiore. Al momento di scrivere infatti la pagina Facebook ha 1721 persone “a cui piace” mentre su Twitter viaggiamo quasi verso i duemila (1928 per la precisione).

La cosa, come dicevo, può sorprendere abbastanza, visto che Facebook è comunemente inteso come il social network. Anche per questo è stato inserito su Twitter un piccolo sondaggio (il primo che facciamo) per comprendere meglio la dinamica di utilizzo dei social in questo specifico ambito. Il che è poi un piccolo ma interessante spaccato della dinamica di utilizzo dei social tout court, almeno per quanto riguarda la loro capacità di rendersi canali divulgativi di eventi e notizie che gravitano attorno ad un certo tema, come qui è il caso di quello dello spazio. Naturalmente, declinato nella nostra particolare modalità, che è quella di ricercare un approccio globale, che unisca al mondo osservato il mondo dell’osservatore, (ri)allacciando quei ponti tra esterno ed interno che la scienza più avvertita e consapevole, ormai riconosce ed onora.

Nel più puro spirito scientifico, che è essenzialmente – senza banalizzare troppo – curiosità di come funzionano le cose, usiamo dunque i nostri account come laboratorio permanente, per comprendere meglio quale è il modo più efficace di veicolare le informazioni, ed essenzialmente di esporre il nostro punto di osservazione del mondo a chi potrebbe esserne potenzialmente interessato.

Tutto intorno a te. Ma sul serio.

Tutto intorno a te. Ma sul serio!

Questa è anche l’idea per la quale abbiamo aperto un nostro spazio su Medium. Diciamo che ora stiamo in fase di raccolta dati. Mettere a punto i nostri strumenti espressivi è una attività artigianale che continuiamo a fare da tempo: interessante anche perché ogni medium è un po’ il messaggio stesso, come è noto. Ovvero non partecipa inerte alle trasmissione del dato, ma interviene plasmando e insaporendo di sé il dato medesimo, che viene così intriso della forma dello specifico canale scelto.

Non è superfluo ricordare come ad esempio Twitter si presti benissimo a seguire eventi in tempo reale, e come è sufficiente monitorare il sito di una impresa spaziale nell’intorno temporale di un evento “importante” (una sonda che posa le zampette su una remota luna, un flyby attorno ad un pianeta…) per vederne lievitare il numero di follower, con una derivata temporale probabilmente sconosciuta ad altri eventi mediatici.

Interessante, in ultima analisi, su quello che ci può insegnare sull’uso di GruppoLocale, e molto di più sul rapporto tra Internet e divulgazione scientifica più in generale.

Tutto qui, in fondo. E’ sempre una bella avventura imparare, e anche qui non ci possiamo tirare indietro. C’è da divertirsi, guardando le stelle, i pianeti, le galassie, e immaginando e ragionando su quali siano le leggi che sottendono questo immenso spettacolo. Spettacolo che si apre continuamente ai nostri occhi, e del quale partecipiamo attivamente, in modalità ancora forse da comprendere appieno. Non ultimo, con il nostro uso della rete globale di Internet, l’esperimento di comunicazione (inter)planetaria di maggior successo che conosciamo al momento.

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Consolazione

E’ una parola importante, capisco bene che non può non figurare in questo mio personale dizionario, in perpetua formazione. E’ importante ma raramente ci penso – come se ci fossero sempre cose più decisive, più urgenti, da analizzare. Come se la priorità fosse sempre altrove. Meglio, come se la parola stessa racchiudesse un non so che, un sogno semplicemente troppo bello per essere una cosa reale, una cosa da adulti. 

In questa percezione del mondo, un bambino certamente si consola, si può e si deve consolare. Un adulto più o meno deve cavarsela da solo (o al massimo entrare in terapia), perché si suppone abbia maturato gli strumenti interni per affrontare i momenti difficili.

Il mondo peraltro è strano, è certamente molto più bizzarro degli schemi mentali che ci possiamo fare, che ci facciamo. E’ anche qualcosa che viene percepito in modalità molto differenti, a seconda dello stati psicologici e sociali in cui ci troviamo, che stiamo attraversando, come individui e come comunità. Potrebbe  anche essere, dunque, che ci stiamo nascondendo l’unica cosa reale, l’unica cosa di cui occuparci seriamente, e serenamente.

Photo Credit: idakrot Flickr via Compfight cc

Abbiamo bisogno di consolazione. O almeno, io ho questo bisogno di consolazione, anzi di una infinita consolazione. Sempre, in ogni momento. A volte il senso di mancanza di questa infinita consolazione stringe il cuore in una morsa in cui quasi non riesco a respirare. 
Bene, direi.

Bene, perché già ammetterlo è l’inizio di una liberazione possibile. E’ dismettere l’atteggiamento dell’Ercolino sempre in piedi, è ritrovare – quasi come pietra preziosa – la propria fragilità e iniziare a dialogarci, provare ad abbracciarla. Sentirsi incompleti e non provarne scandalo, è il primo passo verso una riconciliazione con sé e con le cose.

Bene, perché capisco che non posso vivere senza cercarla, questa consolazione. Che non ho davvero altri modelli di vita praticabili (o almeno, in più di mezzo secolo, non li ho mai trovati) che esulino dal cercare, dal domandare, questa infinita consolazione. Per dirla con le parole di Marco Guzzi, Non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione.

Noi esseri umani abbiamo sempre bisogno

di consolazione, anzi di un’infinita consolazione.

Abbiamo sempre bisogno di essere consolati,

confortati nella nostra sofferenza

strutturale, nella nostra fragilità, nella precaria

giornata terrena. 

Non abbiamo bisogno di molto altro,

ma solo di infinita consolazione:

tutto perciò dovrebbe essere finalizzato

a questo scopo: il lavoro, la sapienza,

ogni forma di compassione e di amore,

siano modi per consolare, per dire

all’essere umano: tu hai un grande valore,

non temere, non sei solo, e questa scarpata

ripida e dolorosa

ti sta portando

sempre più prossimo alla gioia, a tutto ciò

cui aneli, spesso senza nemmeno saperlo.

Marco Guzzi

Questa necessità di consolazione, che avverto oggi in maniera straordinariamente concreta e pressante, non può essere più relegata dunque a istanza psicologica individuale. Non è solo questo, non è più una spiegazione sufficiente. Riconosco che i tempi si stanno facendo stretti: tanto in senso personale quanto in senso sociale.  Diceva assai profeticamente Don Giussani, qualche anno fa, che

 il grande problema del mondo di oggi non è più una teorizzazione interrogativa, ma una domanda esistenziale. Non: “Chi ha ragione?”, ma: “Come si fa a vivere?”. Il mondo di oggi è riportato al livello della miseria evangelica; al tempo di Gesù il problema era come fare a vivere e non chi avesse ragione; questo era il problema degli scribi e dei farisei.

E’ proprio così, secondo me. Ma quanto invece sembra periferico, nelle conversazioni che incontro, che attraverso! Sembra l’ultima cosa, la più indicibile, la più inconfessabile. Perfino in questi giorni che precedono il referendum, qualcosa ancora  ci trasporta, ci devia, e nei discorsi pro o contro la riforma costituzionale, prevale la logica degli schieramenti, l’affezione ad una parte, a volte quasi pregiudiziale. O l’avversione verso uno o l’altro dei personaggi dell’agone politico. Tutte posizioni probabilmente insufficienti, che mancano il bersaglio – che perdono l’occasione.
Dunque quel che sembra periferico diviene qui essenzialmente centrale.  E di importanza politica, prima di tutto. Ha detto infatti il presidente Mattarella, che il nostro Paese «ha bisogno di rinnovato entusiasmo, di fraternità, di curiosità per l’altro, di voglia di futuro, del coraggio di misurarsi con le nuove sfide che abbiamo di fronte (…) in un tempo di cambiamenti epocali. (…) Senza farci vincere dalle paure».
Ecco che il circolo si chiude, i nodi tornano al pettine. La dimensione sociale abbraccia – ancora una volta – quella intima, personale. Quell’accenno conclusivo al non lasciarci vincere dalle paure riporta questa condizione a cardine necessario per un corretto e produttivo agire politico. 

Del resto è abbastanza evidente: come fa un essere dominato dalle sua paure non affrontate, ad intervenire costruttivamente nell’agone sociale? Non si muoverà in base alle sue problematiche irrisolte, piuttosto?

Dunque non è più lecito – sopratutto dopo la morte delle grandi utopie sociali – tenere separato l’ambito politico da quello personale. O peggio, aspettarsi la salvezza dall’intervento anche generoso verso le condizioni esterne. Anche risolvessimo – per assurdo – problemi enormi come la fame, la povertà, rimarrebbe sempre qualcosa. Rimarrebbe un bisogno enorme di consolazione, di conforto dalle paure.


Ma io non mi lascio vincere dalle paure, nella misura in cui decido di lavorarle, mi metto in cammino, e per il fatto stesso di camminare, mi dispongo nella condizione migliore per accogliere quelle consolazione che può, forse può arrivare. Può arrivare, se rilasso le barriere, se mi lascio contaminare dall’esterno, se abbraccio questo dialogo disarmato con le mie parti scomode o con l’interlocutore esterno che – per tante ragioni mie e sue – mi può apparire “scomodo”.

Perché in fondo è abbastanza la stessa cosa. No, anzi, è proprio la stessa.

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Con questo, siamo appunto a duemiladuecento articoli pubblicati su questo sito. 

Non è poi male, a pensarci bene. Senza indulgere in tentazioni autocelebrative, devo dire che non è affatto male. Più che altro, questo database abbastanza ingente è una cosa preziosa anche per me che in gran parte l’ho formato. Sì, devo ammettere che ripercorrere questi articoli mi fa ripassare alla mente tante cose che magari ho ormai obliato: del resto, sono capace di leggere un mio articolo di qualche anno fa avendo “dimenticato” a tal punto la cosa, che potrebbe averlo scritto un altro. Il che non è poi così male, perché mi regala un certo effetto sorpresa.

Me ne sto accorgendo adesso, che ho inserito un box che permette di far apparire degli articoli a caso, dagli archivi (in fondo a destra, ma non è il bagno, attenzione…). Quel che mi sorprende che… mi sorprendo pure io, a leggere cose di tanto tempi fa!

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Il sito nella forma di un blog, è attivo da maggio del 2002, e questo ci regala una forchetta temporale abbastanza ampia. Ricordo che al tempo, non vi erano molti canali divulgativi in lingua italiana (mentre gli americani erano percettibilmente più avanti, bisogna dire). Dunque gli interventi più “antichi” erano spesso semplici resoconti di notizie magari apparsi in lingua inglese, su siti di divulgazione. Era uno spazio che si poteva riempire, al tempo: non c’era MEDIA INAF, per dire. In generale, non c’era tanto di quello che ora – grazie al cielo – c’è.

Ad un certo punto qui a GruppoLocale si comprese che era inutile inseguire le notizie, altri avevano iniziato a farlo in modo professionale, e questo ci consentiva di spostarci in un’altra zona di universo. Quella zona più personale che cerchiamo di occupare ora. Dove la riflessione su certi temi trova lo spazio che magari altri non possono concederle, insieme con il registro più personale che un blog non istituzionale può permettersi.

Quel che è più bello è che nessun cambio di registro può nascondere che la scoperta dell’universo e la scoperta di sé stessi, sia una sola storia, in realtà. Una storia che è bello seguire perché contiene tracce di meraviglia, quella meraviglia che quando affiora si rende efficace antidoto al cinismo in cui a volte rischiamo di cadere un po’ tutti.

Una storia che vale la pena percorrere, che vale la pena camminare, perché è ben lungi dall’essere esaurita. Sia che si guardi verso l’esterno che verso l’interno, c’è ancora molto da scoprire. Basta voler guardare, voler camminare. E dopo che  ci si ritrova fermi, voler ripartire.

Seguire le stelle, seguire questo desiderio: in realtà, è tutto quel che serve. E’ tutto qua.

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Vivere in periferia

E’ interessante comprendere come ogni epoca abbia dei propri paradigmi. Come vi siano degli schemi di percepire le cose, schemi che vengono spesso rinforzati dall’indagine del mondo reale: quell’indagine che si ritiene oggettiva, restituisce una visione del mondo organica e coerente con quella già raggiunta dal pensiero umano. Del resto, il mondo è di una intrinseca complessità e non linearità tale, da farsi capace di risuonare su una molteplicità di livelli, eccitare diverse serie di autovalori. In ultima analisi, di intonare la stessa risposta sulla peculiare modulazione della domanda.

Così, se abbiamo vissuto per lunghi secoli convinti di essere al centro dell’universo — convinzione peraltro rinforzata dall’indagine scientifica, per come poteva essere perseguita al tempo — ormai da tempo ci siamo spostati su un livello diverso di percezione, più matura ed articolata.

Dal centro alla periferia, potremmo dire, con movimento inarrestabile. E’ quella periferia che immediatamente non può che farci pensare — anche a prescindere dal fatto di essere, o sentirsi, più o meno cattolici — a tanti discorsi di papa Francesco. Quello che in questa sede più ci interessa è notare come questa nozione (o meglio questa percezione) informi di sé vasti campi del sapere umano, in uno scenario che appare condensarsi ordinatamente intorno ad un senso compiuto e coerente.

Basterà qui appena esplorare sommariamente quello che più riguarda l’astronomia, lasciando ad altri una esplorazione in altri campi del sapere, sicuramente molto produttiva. Peraltro, qui giochiamo facile, è subito evidente: tutti gli ultimi secoli possono essere facilmente letti esattamente come un progressivo e ostinato dislocamento dal centro verso la periferia.

Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio...

Vivere al bordo di qualcosa, consente spesso di osservarla meglio…

Uno spostamento, esattamente. Perché per la percezione umana di questo si è trattato: di un ingente, immenso spostamento del nostro punto d’essere dentro l’universo. Uno spostamento totalizzante, epocale. Di cui ancora molto deve avvenire, nella nostra mente. E’ difficile ancora, molto difficile, in certe situazioni non esclamare, non pensare, non agire come se questo ci informasse totalmente, come se questa cosa già superata dalla scienza, ancora pervadesse interamente la nostra percezione interna: “io sono il centro”.

Dobbiamo ammettere che non di rado ci troviamo ad inseguire i nostri stessi risultati, anche scientifici. Non sarà fuori luogo richiamare appena la meccanica quantistica, o anche la relatività generale. Schemi concettuali ormai verificati e consolidati, che però ancora faticano ad entrare nella percezione comune: il nostro schema del mondo è ancora e per larga parte puramente e rigidamente cartesiano, bloccato in schemi fin troppo meccanici di causa-effetto.

Ma come accade sovente, il mondo stesso ci aiuta e ci prepara in questo spostamento, probabilmente troppo grande per le categorie umane. Ecco che la scienza stessa ci viene in aiuto, mostrando tra l’altro la sua decisiva importanza per la crescita e la maturazione umana. Per ciò stesso, importanza tutt’altro che limitata all’uso della tecnica, ma di portata culturale decisiva.

Ma torniamo al nostro ambito più prettamente astronomico, com’è giusto.

Cosa è accaduto in astronomia negli ultimi secoli? Semplificando enormemente, possiamo dire  questo, che la Terra si è mossa. E di parecchio, anche: è stata progressivamente spostata, da centro del tutto a pianeta orbitante attorno ad una stella (la rivoluzione copernicana, come sappiamo: e proprio di rivoluzione si tratta, perché è il primo passo concreto verso una costruzione di un modello di universo radicalmente altro). Guardate tuttavia come l’operazione di dislocamento, così salutare per la nostra percezione (e così fastidiosa per il nostro ego), non si fermi affatto qui. Assolutamente. Spostare la Terra da centro del tutto a pianeta orbitante intorno ad una stella, è stato solo il passo iniziale.

Dove si trova infatti il Sole? Al centro di qualcosa? In altri termini, possiamo appena sperare di “ricentrarci” su scala un po’ più estesa? No, questo non ci è possibile: sappiamo infatti ormai bene che il Sole si trova alla periferia esterna di una grande, smisurata Galassia (detta anche Via Lattea). Non siamo affatto al centro geometrico nemmeno del nostro sistema stellare, ne abitiamo anzi ben lontani.

Questo ragionamento potrebbe continuare, a scale più estese. Ed è anzi interessante osservare come questo di fatto continui, come se la moderna indagine sull’universo allargasse e propagasse questo paradigma del decentramento ad ogni scala che possiamo ancora esplorare. Tanto per non dimenticare il messaggio, questo viene reso invariante di scala.

Anche su scala galattica, infatti, siamo portati a decentrarci, a dimorare nella periferia. La nostra Via Lattea, come ben sappiamo, fa parte del Gruppo Locale (nome che dovrebbe pur dirvi qualcosa, visto che siete lettori di questo sito…), ove è sicuramente una grande galassia ma non certo l’unica. E non è al centro, nemmeno di questo.

A sua volta poi il Gruppo Locale si trova ai margini dell’ammasso di galassie della Vergine, un aggregato di galassie che al suo interno ne conta più di mille, a sua volta parte del Superammasso Locale, un insieme che raduna al suo interno diverse centinaia di gruppi di galassie.

E fino a pochi anni fa, ci saremmo fermati a questo livello, intimamente convinti che più di ciò non si potrebbe salire. Sono le evidenze più recenti che ci hanno fatto fare un altro salto nelle ampiezza cosmiche, in questo gioco inesausto di scatole cinesi: il Superammasso Locale, come sappiamo oggi, ci appare oggi come un lobo di una struttura cosmica ancora più estesa, un insieme di circa centomila grandi galassie che si estendono per una larghezza spropositata, pari a circa 400 milioni di anni luce.

Stiamo parlando di Laniakea (dalla lingua hawainana, incommensurabile paradiso), il superammasso di galassie in cui è compresa anche la Via Lattea: la struttura più grande di cui si abbia percezione al momento attuale. Interessante, nel particolare contesto che stiamo esplorando, l’indicazione del fatto che anche in questa struttura — guarda caso — il nostro Gruppo Locale risulti situato in una posizione del tutto periferica, ben lontano dal centro geometrico o gravitazionale di questo immenso sistema.

La scienza ci dice dunque che siamo decentrati, ad ogni livello possibile di indagine. Ci si può fermare certo alla mera ragistrazione del fatto, certo. Oppure si può leggere questo reiterata evidenza in molti modi, se lo si vuole. Se si cerca una intelligibilità profonda del reale, si può arrivare infatti a comprendere come niente appaia avvenire “per mera casualità”. A questo punto, la stessa ricerca scientifica può leggersi con profitto anche come una educazione permanente a sempre nuovi paradigmi, progressivamente più articolati e complessi dei precedenti.

Abbiamo appena visto – anche se per sommi capi –  come la nozione di “abitare la periferia”, si venga a comporre in uno scenario consistente ed omogeneo, dall’ambito teologico a quello astronomico (per non parlare delle evidenze che si potrebbero raccogliere altrove). Possiamo pensare che sia un caso, e abbandonare questa opportunità di lavorare una sintesi di pensiero, oppure possiamo scegliere di andare oltre. Ovviamente, procedendo non più con il metodo scientifico, ma rischiandosi in una visione più globale che metta insieme i dati fin qui raccolti.

Vorrei appunto tentare, notando appena come abitare la periferia implichi inevitabilmente il coraggio di decentrarsi, implichi cioè l’atto di massima umiltà consistente nel togliersi dal centro del mondo: e questa umiltà, praticata quotidianamente, può magari diventare un nuovo respiro, che regala poi molto di più di quanto sembra che abbia abbandonato.

E’ un paradigma che attende ancora compiutamente di essere esplorato, ad ogni livello conoscitivo ed esistenziale. Ci vuole tempo, e questo non deve scandalizzare: è troppo nuova la cosa, troppo nuova se non semplicemente declamata ma totalmente assorbita e fatta propria.

Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione, cantava acutamente Gaber. Pensiamo allora al tempo che ci è voluto per “digerire” l’idea di non essere al centro di tutto, pensiamo a quante volte agiamo e pensiamo come se non l’avessimo digerita affatto.

Quanto ci vorrà allora per svestirci davvero dell’idea di dover essere “dominanti” o “in posizione centrale” per capire che dalla periferia possiamo fare tanto, e godere (tutto sommato) della vista (e a volte della vita) migliore? Non so, se ci spostiamo un attimo dal centro del mondo, forse ci togliamo dalle spalle  anche un po’ il peso di doverlo reggere. Vediamo con piacere che il mondo può cavarsela bene da solo, che anzi ci è dato, ci è donato. Possiamo perfino prendere in considerazione l’ipotesi di rilassarci un pochino, nel merito. E ragionare sulla portata di questo spostamento. Cosa metteremo allora al centro vivo di tutto? Attorno a che cosa tutto ruoterà, nelle nostre vite e nella vita dell’Universo, se non siamo più noi stessi nel centro? E quanto tempo ci vorrà, per avvertirlo non più solo nel pensiero concettuale, ma nella nostra carne viva?

Tanto tempo, probabilmente tanto tempo. Eppure, chi scrive ha la forte sensazione che tutto il tempo che ci vuole, sarà comunque un tempo prezioso, un tempo ben speso.

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Ciao Rosetta!

Non c’è niente da fare. Quando termina una missione importante e lunga come quella della sonda spaziale Rosetta, può anche starci un po’ di dispiacere. Può rimanerti addosso quel senso di una cosa grande appena passata, appena finita. Come le luci che si spengono tutte quante e ti pare che il tempo sia volato e fai fatica a riprendere le fila, a capire che è stata proprio una cosa bella.

Certo perché bella lo è stato. Ed è stata bella perché è stata vissuta e “sentita” da molti, certamente in un ambito molto più esteso di quello astronomico, al di là della comunità scientifica “classicamente intesa”. Eh sì, perché per missioni come questa, ormai la norma è quella di generare un interesse che travalica l’ambito pur legittimo di appartenenza, per espandersi su ampiezze e registri umani molto più estesi.

L'ultima immagine presa da Rosetta prima di depositarsi sulla cometa. Ad appena venti metri di distanza.

Questa rimarrà nella storia, anche se fuori fuoco. E’ l’ultima immagine presa da Rosetta prima di depositarsi sulla cometa. Ad appena venti metri di distanza. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Percorrere i mari parlando di astronomia, come mi è appena capitato, serve a molte cose. Una delle quali è comprendere il legame inscindibile che lega l’esplorazione della Terra a quella del cosmo. Direi anzi ben più che un legame, piuttosto un’avventura che non presenta soluzioni di continuità: una sfida costantemente rilanciata, innestata profondamente nella natura umana, di cui la parte spaziale è appena la naturale prosecuzione di quella fatta  – nei secoli – per terre e mari.


Così l’avventura di Rosetta, complice anche la peculiarità della stessa, che includeva il trasporto ed il rilascio del lander Philae sulla cometa, è stata seguita con passione da tantissima gente. Di tutti i popoli e tutti i paesi, di orientamenti culturali e spirituali tra i più diversi.

Diversi, ho scritto? Beh, se la sonda avesse potuto parlare, ci avrebbe certo avvertito che dal suo punto di osservazione, le differenze contano poco. O meglio, contano tanto, tantissimo: perché sono quelle che danno i colori al mondo, al nostro mondo. La varietà è essenziale per la vita, per una vita piena. Ma non vale la pena arrabbiarsi e mostrare i denti o peggio ancora le armi, per imporre il proprio colore, la propria visione del mondo.

Visione che ci può stare, anzi ci deve stare. Non è che tutto è uguale, non si tratta di questo. Se tu credi ad una cosa e io ad un’altra, c’è una bella differenza. Ma qui si parla delle nostre radici. E solo con radici profonde si può andare all’incontro con l’altro, con il diverso, in forma relazionale e non bellica. Se sono pieno di qualcosa – fosse pure una domanda di senso, ancora dai contorni vaporosi – non sono violento, altrimenti non c’è verso, non c’è alcuna vera interazione. Ci vuole un campo di forza per ordinare i processi che accadono, fuori e dentro di noi.

Siamo tutti sulla stessa barca, avrei potuto dire (in senso pieno) fino a sabato mattina. Ma non ci vuole molto per sostenerlo anche adesso. Per trovarne le ragioni, innervarle di senso.

Certo Rosetta, alla fase della sua ultima e definitiva discesa sulla cometa, non era lontana come quando la sonda Voyager 1 si girò e con il suo ultimo sguardo, fissò la nostra Terra per un momento appena, così lontana che era veramente un piccolo puntino blu. Ma le conclusioni che poteva trarre sono certamente le stesse.

E sono le conclusioni che faticosamente stiamo riscoprendo come le uniche possibili, le uniche autentiche. Essere dentro un’opera comune ci aiuta a focalizzare il pensiero sulle stesse frequenze, per cui iniziamo a vivere la fratellanza come una possibilità di fatto e non come un altro impegnativo codice di comportamento da assumere.

Che poi nessun codice di comportamento si tiene in piedi appena con le buone intenzioni, ma solo con l’entusiasmo (altrimenti decade in pochissimi nanosecondi). E l’entusiasmo Rosetta lo ha dispensato senza alcuna remora, senza nessuna regola di parsimonia. L’entusiasmo di vivere il risveglio della sonda in prossimità della cometa, poi di assistere alla discesa del lander Philae sulla superficie e – insieme ai problemi del sito di atterraggio non proprio ideale – la soddisfazioni di riuscire comunque ad agganciare il segnale: Rosetta e Philae si parlavano.

Sì il dialogo tra Rosetta e Philae c’è stato ed è stato importante. Si sono parlati di cose di scienza, certamente. Cose come la composizione della superficie della cometa, per capirci. Cose importantissime per comprendere se e come la vita sia venuta attraverso le comete, o comunque che ruolo possano svolgere ed aver svolto nell’economia del nostro Sistema Solare. Cose non da poco, ovviamente. Come non è cosa da tutti i giorni mettere i piedi sopra una cometa, e segnatamente la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko (a volte dubito qualcuno riesca a pronunciarla, io comunque no per certo): un sasso di appena quattro chilometri di lunghezza, perso nel cosmo a decine di milioni di chilometri da noi.

Ebbene, arrivare su questo grosso sasso, sperduto nel cosmo, è qualcosa che segna la nostra palpitante ed insopprimibile voglia di conoscere, di capire, di spingerci fino alle origini di tutto quello che ci circonda. Oserei dire, che è proprio questa “sete inestinguibile di conoscere l’origine”  che ci rende pienamente ed autenticamente umani.

Sembrava impossibile. E invece è successo, lo sappiamo. E sappiamo anche, in questa impresa straordinaria, che c’è tanto genio italiano. C’è genio italiano negli strumenti di Rosetta, con GIADA ad esempio, per l’analisi di una sbaraccata di particelle cometarie, quei grani di polvere che tanto possono dirci per la comprensione dei processi che portano a formare i planetesimi: roba dei primordi del Sistema Solare, ma roba importante adesso, per capire chi siamo e da dove vaniamo.

E non meno importante è la nostra impronta su Philae, perchè siamo sempre noi italiani ad aver costruito il trapano che ha fatto il lavoro più prezioso sulla superficie, ovvero quello di scavare davvero per vedere di cosa si tratta, nonché i pannelli solari che gli hanno permesso di resistere sulla fredda superficie mantenendo strumenti e computer accesi.

Insomma siamo andati lontano, come uomini, come europei, e come italiani. E possiamo certo continuare a farlo.

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