Argomento difficile, ma importante. Cosa significa essere creativi, come poterlo essere davvero? Mille ostacoli subito ci si pongono davanti, lo sappiamo. La creatività è per tutti un profondo anelito del cuore ed insieme, qualcosa che troppo spesso rimane congelata, ferma, bloccata.

Abbiamo idee meravigliose, alcune volte. Questo è il bello. Tutti le hanno, ci mancherebbe. Mentre passeggiamo in un parco magari ci piove in mente un progetto formidabile. Un libro, una serie di racconti, un sito web fatto in un certo modo, una nuova ricetta (quest’ultima cosa mi è un poco aliena, penso non mi pioverà in mente mai). Essere creativi è qualcosa di profondo, ma incontriamo molti ostacoli per realizzarci in questo senso (cioè realizzarci tout-court). Tutti incontriamo la sensazione, molte volte, di vivere con il freno a mano tirato.

Creare per vedere meglio, e viceversa.
Foto di Sharon McCutcheon da Pexels.

Se espongo qui un paio di riflessioni, vi raccomando però di prenderle per quel che valgono. Non ho pretese di illuminare particolarmente l’argomento, né tantomeno di esaurirlo.

Una prima cosa per essere creativi, è permettersi di esserlo. Non è una cosa da poco. Non è facile. Essere creativi vuol dire contribuire a dare forma all’universo, momento per momento. Stampare la propria impronta su ciò che esiste, inserirsi da protagonisti nel flusso cosmico di (appunto) creazione continua. Questo può fare paura, una paura terribile. Possiamo ritenerci inadatti. Possiamo cadere nel pregiudizio di pensare che la creatività sia per pochi. Per chi é portato, possiede una vena artistica, e così via. Mentre no, invece è per tutti, è parte integrante del nostro essere vivi. Lo so, discorso lungo qui. Taglio brutalmente, proseguo.

Una seconda cosa, è che la odierna società del consumo – mi pare – scoraggia dall’essere davvero creativi. Alla fine, tutto si muove per indurti ad essere un consumatore ideale, dove la creatività resta privilegio di una cerchia ristretta (e celebrata dai media), una cerchia che produce i contenuti che poi tu stesso paghi per consumare. Però non c’è da sorprendersi, in fondo. Quando crei consumi molto poco, di solito. Quando crei c’è soprattutto questo, che la rete di bisogni fittizi in cui sei normalmente impelagato (come tutti) si allenta alquanto. Facci caso. Mentre crei ti importa un po’ meno se il tuo smartphone – ora appoggiato sulla scrivania un poco di lato, nemmeno lo guardi troppo – non è quello appena uscito e già passato negli spot televisivi una cinquantina di volte (contando solo quelle che hai visto tu). Dai, essere creativi non è una attività che interessa particolarmente i pubblicitari, bisogna dirlo. Siamo onesti: si faranno pure chiamare creativi, però non è che stimolano molto la tua, di creatività.

C’è lo scrittore in voga (sempre quello) che viene chiamato a tutti i talk show, il musicista parimenti affermato (sempre lui), che sperimenta lo stesso destino. Quella brava in cucina (sempre un campo che non riesco a fare davvero mio), con il suo libro di ricette. A prescindere dalle cose interessanti che hanno da dire, si genera come un effetto indotto pernicioso, dove vieni portato a credere che c’è come una separazione, un fossato invalicabile che separa queste persone molto celebrate, dal resto del mondo che si trova al di qua dello schermo televisivo. La separazione tra creatori e spettatori è artificiosa, brutale. Una menzogna violenta. Invece, siamo tutti sempre e contemporaneamente creatori di qualcosa e spettatori di qualcos’altro, il tutto in un circolo virtuoso (vedo per creare meglio, creo per vedere meglio).

Manca, dolorosamente manca, la coscienza diffusa che essere creativi sia qualcosa di terribilmente essenziale che coincide con l’essere vivi, per larga parte. Indagare il perché di questa mancanza ci porterebbe lontano, a mio avviso la faccenda è legata a doppio filo alla nostra confusione esistenziale, che in varia misura ci portiamo dietro, all’aver abdicato ad ogni pensiero grande riguardo il senso e il destino della nostra esistenza. Credo sia un senso possibile della celebre frase di una grande scrittrice come Flannery O’Connor, “proprio perché sono cattolica non posso permettermi di esser meno di un’artista”. Se non siete cattolici non vi arrabbiate, non sto asserendo che la creatività sia una prerogativa confessionale. Nemmeno Flannery lo sta dicendo, con ogni evidenza. Ma proseguiamo.

Ho capito, soffrendolo sulla mia pelle, che la rinuncia alla creatività – tanto questa appare essenziale – non avviene in modo gratuito ed indolore. Nossignori, c’è un prezzo salato da pagare.

Il fatto di rintanarsi nel consumo non ci fa bene, lo sappiamo. Il punto è che siamo fatti per qualcosa di più, che una volta che abbiamo l’ultimo iPhone (quello SE comunque lo lascerei stare) o quella strabiliante autovettura superaccessoriata che va da zero a cento in una manciata irrisoria di secondi, dopo un po’ vediamo che la cosa non risolve. Che quell’insoddisfazione latente, quella stretta al cuore che arriva nei momenti meno prevedibili – ebbene quella rimane.

Rinunciare alla creatività compensando con l’acquisto ed il possesso di merci, è una cosa che sul breve periodo sembra funzionare, ma fallisce miseramente nel lungo. Qualcosa dentro rimane, che ti rode, ti rosicchia, ti dice che sei fatto per altro. Che il motivo per cui esisti è altro, e cercare di dimenticarlo è realmente disumano.

E in chiusura, siccome parecchi scomodano la meccanica quantistica non essendo degli scienziati a tempo pieno, io che invece lo sono mi permetto di farlo senza troppa vergogna. Beh l’abbiamo detto tante volte, ormai lo sappiamo. La quantistica ci mostra che il mondo non è che lo osserviamo e basta: in qualche modo osservandolo lo creiamo, o almeno contribuiamo a crearlo. Non esiste proprio una osservazione neutrale, ogni osservazione è ipso facto interazione, ogni interazione vuol dire operare una condivisione di un pezzetto di me, esporre un pezzetto di me al mondo, ricevendo in cambio altro. Osservare senza cambiare le cose, è impossibile. Una completa utopia. Non avviene mai.

Certo puoi vederti tutte le serie di Netflix che ti pare (per inciso, a differenza delle ricette, potrei consigliarne alcune nonché accettare consigli su queste), però mica ti puoi limitare a questo. Banale a dirsi, ma non sarà una serie di abbonamenti a servizi e prodotti che ti porterà fuori dal guano. Anche se sono cose bellissime, cose di cui essere grati, ché fino a pochi anni fa non esistevano proprio.

Quindi remano contro l’attitudine creativa, dobbiamo dirlo, una serie di fattori interni ed esterni, dei quali spesso non siamo consapevoli quasi per nulla, ma ne sentiamo e che qui ho soltanto accennato sommariamente. Difendere il proprio essere creativi mi dà l’idea del salmone che nuota controcorrente. Una bella fatica, convincersi che la direzione giusta è questa, mentre tutti gli altri vengono giù senza fatica, seguendo la corrente.

Tutto è vedere chi è più contento. Chi, nonostante tutto, ancora contribuisce a creare pezzetti di universo, o chi vi ha rinunciato. Io un’idea ce l’avrei. E credo, l’abbiate anche voi.

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