Un cosmo abbondante (e flessibile)

Una immagine come questa indubbiamente ci rimane addosso, non si scrolla via facilmente. Solo perché siamo inclini al dimenticare, solo quello ci mette “al riparo” dalla meraviglia continua. Ci dimentichiamo perfino di essere immersi in un universo abbondante, presi come siamo da mille (spesso piccole) cose.

L’ammasso di galassie Abell 370 (e molto altro…)
Crediti: NASAESA, Jennifer Lotz and the HFF Team (STScI)

A circa quattro miliardi di anni luce da noi, vive il gigantesco ammasso di galassie Abell 370, che qui ci viene mostrato in una immagine di Hubble, capace di coglierne tutto il suo splendore.

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Tramonti, stazioni e rivoluzioni

Gli ultimi raggi di un tramonto colto dall’orbita della Stazione Spaziale Internazionale, mentre orbitava sopra la parte più meridionale dell’America del Sud, ad una altezza superiore ai 430 chilometri.

Uno splendido tramonto osservato dallo spazio.
Crediti: NASA

La Stazione Spaziale Internazionale è veloce: compie ben sedici orbite terrestri nell’arco delle ventiquattro ore, così gli astronauti possono godersi ben sedici albe ed altrettanti tramonti.

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Per rimetterci in moto

Siamo abituati a credere che niente può davvero cambiare. O piuttosto, ci hanno abituati? In ogni caso, quando ero più giovane non era così. C’era un senso frizzante di rivoluzione, sentivo che il mondo stava per cambiare. Profondamente. In meglio. Non è tanto una questione politica, o esclusivamente tale, come poteva sembrare. Era proprio una questione esistenziale. Tutto stava per cambiare, finalmente. Lo sentivo, era nell’aria, era questione di pochi anni, forse pochi mesi, tutto sarebbe cambiato.

Tutto è in movimento, la stasi è una tentazione mentale, da superare…

Poi non si capisce bene come, e soprattutto quando. Lentamente, inesorabilmente, qualcosa si è definito, nella vita. Si è messo a fuoco, crescendo. Ma qualcos’altro si è affievolito, quasi spento. E intanto è cresciuta una convinzione, non detta, ma forte, limpida, inevitabile. Niente può cambiare a livello di società, niente. Tanto vale organizzarsi per quanto si può, nel proprio privato. Vivere alla meno peggio. Perché tutto il resto sono sogni. Le rivoluzioni non funzionano, le rivoluzioni non esistono.

Però perché allora il cuore desidera ardentemente qualcosa se essa non esiste? Una super beffa cosmica? Mi dispiace, non mi convince, non ci credo: il cuore mi sta dicendo realmente qualcosa. Qualcosa a cui la mente non vuole aprirsi.

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Il ritmo della Luna

In fin dei conti il problema è questo, soprattutto. Che ci siamo progressivamente affrancati dai ritmi della terra, delle stagioni, del cosmo. Fino a costruirci una vita sintetica e appunto, artificiale, con delle scansioni temporali che sono fuori dal mondo, che ci straniscono e ci affaticano. Perché noi siamo nel mondo, siamo fatti di stelle, intrecciati di materia universale. I cicli del cosmo sono i cicli del nostro corpo, il ciclo stesso della fertilità femminile è in suggestivo accordo con il ciclo di rivoluzione della Luna attorno al nostro pianeta.

Ecco perché capisco bene quanto scrive il musicista Peter Gabriel nelle note che accompagnano l’uscita del brano Panopticom, primo dell’album i/o di prossima pubblicazione (traduco di seguito, in modo libero).

Alcuni brani di quelli di cui sto scrivendo per questa occasione, ruotano intorno all’idea che sembriamo incredibilmente capaci di distruggere il pianeta che ci ha dato alla luce e che se non troviamo il modo di riconnetterci alla natura e al mondo naturale perderemo moltissimo. Un modo semplice di realizzare una maggiore adesione a tutto questo è è guardare il cielo… ed osservare la Luna mi ha sempre portato qui.

Saranno infatti le fasi lunari anche a dare il ritmo alle uscite dei brani di questo nuovo attesissimo album, da parte di un musicista che insieme ai Genesis ha davvero scritto la storia del rock progressivo, per poi intraprendere una carriera solista caratterizzata da una grande originalità espressiva. Nello specifico, verrà resa pubblica una nuova canzone ad ogni plenilunio. Abbiamo già iniziato, appunto, con la canzone Panopticom, che è stata svelata in occasione della luna piena del giorno 6 gennaio 2023.

Per gli affezionati, un motivo ulteriore per attendere quei giorni in cui la Luna è massimamante presente – quasi invadente – nel nostro cielo. Per me astrofisico, estimatore dell’arte di Peter, un espediente che collega efficaciemente due miei universi affettivi, musica ed astronomia.

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La rivoluzione nel cuore

Se ci penso, mi sorprende quanto in fretta sia cambiato tutto. Funziona così, ti abitui ad un certo clima e pensi che sia immutabile, che sia il modo di vedere il mondo. I buddisti parlano di impermanenza mettendoci dunque in guardia: ma non ci siamo molto abituati, noi occidentali.

Sono cresciuto convivendo con la viva speranza (ed il progetto spesso impaziente) di cambiare il mondo. Ricordo bene, in questo senso, i miei tempi del liceo (siamo a cavallo tra i settanta e gli ottanta). Il mondo nuovo sembrava fosse veramente all’uscio, che stesse ormai premendo per entrare. Finalmente tutto cambia. Poco conta alla fine che mi sentissi “di sinistra” o meno, che guardassi alla sedicente rivoluzione proletaria con un senso di ammirazione o invece con paura. Perché in quel clima, in quell’aria che parlava di cambiamento imminente, c’eravamo dentro tutti. Destra o sinistra, dunque, io c’ero. Le cose si vedevano in un certo modo, si mangiava, si dormiva, si amava in un certo modo. C’era questa rivoluzione da fare: comunque le cose sarebbero cambiate. Presto. [Continua a leggere sul sito di Darsi Pace…]

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Sanremo 2021 (la musica muore)

Come molti, anche io mi sono messo ad ascoltare i brani di Sanremo. Ma non quello di adesso, no. Quello del 1999 (la versione breve del post, qui).

Ho provato sì, a sentire qualcosa di quello dell’anno in corso (tanto per restare sull’attualità), ma non mi ha preso niente, non ho avuto un solo sussulto. Sai quei sussulti che ti accadono davanti ad una sorpresa bella? Quelli, insomma. Niente. Se escludiamo momenti fuori gara, come Samuele Bersani che interpreta con (tal) Willy Peyote un capolavoro come Giudizi Universali. Che atroce distanza tra questo e le sciape canzoncine semiparlate che hanno inondato le nostre case! Dov’è il sapore? Dov’è fuggito? Dov’è il profumo? E la parola chiave, è rosmarino, avverte Lucio Battisti in un brano favoloso (questo sì) come Però il rinoceronte. Rinunciare al rosmarino non mai è senza conseguenze. Mai.

Il vero punto alla fine è questo, il rosmarino…

Non è che io sia contento di questo, anzi penso che sto invecchiando, che sono preda della sindrome dei bei tempi andati o cose del genere. Oppure che segretamente mi ritengo superiore e custode di chissà quale suprema verità musicale (pensiero francamente difficile da gestire).

Sono andato su Wikipedia per capire se fossi stato assalito da un sussulto di elitarismo, per cui le canzoni di Sanremo non sono vera musica, e tutte queste cose qui. E ho scoperto l’acqua calda, ovvero che in Sanremo sono passate anche canzoni molto belle, e a volte hanno perfino guadagnato i primi posti. Mi sono fermato sul festival del 1999 perché è uno di quelli in cui mi sento più a casa. Dove la mia sensazione di cose belle si incontra con una classifica oggettiva, matematica.

Cioè, niente da dire sui Maneskin (mai sentiti prima di adesso, comunque), non c’è molto da dire in effetti. Del resto, questa finta trasgressione molto patinata e commerciale, si commenta un po’ da sola. Ragazzi miei, la vera trasgressione è artistica, da quello poi segue tutto. Qui, dove la trovo? Se ti attesti sulla forma canzone più standard e non la forzi nemmeno un attimo, non so, un colpetto di batteria fuori da quando l’aspetto, un silenzio appena più lungo, una ripresa lievemente diversa dopo il ritornello, insomma qualcosa almeno piccolo, che metta anche minimamente in discussione l’assetto. Nulla di questo. Nada. Se stai così, non serve dimenarti tanto, impiegare qualche parolaccia (che non scandalizza più neanche il mio cane), sei comunque pienamente nel sistema. Si evade prima di tutto con l’arte, che ti mette in contatto con i tuoi sogni e ti dice che possono essere reali, che esiste ciò di cui è fatto il tuo cuore e questa è la cosa che fa più paura ad ogni potere, perché rischia di svegliarti dall’anestesia mediatica in cui sei immerso.

A mio avviso, è molto più rivoluzionario cantare A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie come fa il grande Franco Battiato in Bandiera Bianca (di una attualità sconcertante, solo a ripensare questi giorni di Festival) che ripetere Sono fuori di testa, ma diverso da loro / E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro.

Show, don’t tell dicono, per essere un bravo scrittore. La diversità va mostrata, non raccontata. Allora trovare l’insalata e l’uva passa in un verso che parla di musica (classica e popolare) ti può colpire, smuovere qualcosa. Aprire una linea di pensiero, di riflessione. Il resto, purtroppo no. Il resto è già assimilato dal sistema, è tranquillo, tanto più tranquillo e inoffensivo quanto si pretende rivoluzionario. Certo, potreste dirmi, ora vuoi vedere la rivoluzione a Sanremo? No, non voglio la rivoluzione. Cerco la bellezza, poi il resto viene. Se c’è quella, tutto il resto viene, a tempo debito. Verrà, di sicuro.

Chissà se vent’anni fa ero più facile alla sorpresa, o c’è qualcosa di condivisibile nel mio tornare all’ultimo festival dell’altro millennio. Comunque, fatemi dire. Podio assolutamente fantastico. Prima, Anna Oxa con Senza Pietà. Bel brano, testo interessante dove il tema della conquista viene fatto continuamente oscillare tra il registro amoroso e quello militare, con sapide analogie, divertenti da scoprire. ‌Le mie mani, le tue mani in questa battaglia / È un agguato a tradimento in questa boscaglia. Poi la voce di Anna su tutto, i suoi mille registri tra l’espressivo più graffiante e il flautato più setoso, veramente pazzesco. Bella la musica, mi colpisce ancora oggi. L’entrata dei cori è sempre una delizia qui.

Seconda Antonella Ruggero, il suo Non ti dimentico (Se non ci fossero le nuvole) è delicato ed espressivo insieme. E che dire, un’altra bellissima voce, dalle capacità assolutamente stratosferiche, come sappiamo: ascoltatela in Elettroshock nei Mattia Bazar, tanto per capire.

Terza Mariella Nava con Così è la vita. Un brano favoloso, fantastico nel testo e nella melodia, un incedere incalzante e densissimo di delicata poesia e di sincerità accorata. Altissima e precisa. Lancinante nella scelta precisa delle parole e nell’apertura armonica così mediterranea e implacabile. Altro che raccontare, altro che finto rap, qui si vola, e si volta alto!

Questi i primi tre insomma. Nel 1999. Tre grandi donne con tre proposte piene, succose, profumate (anche di rosmarino, sì). Qui io mi trovo, qui ci faccio casa, mi sistemo. Ascolto e riascolto. Musica popolare, va bene. Ma la bellezza c’è, la trovo, la tocco (anzi, è lei che mi tocca). Sono lieto, mi muovo tra queste note, queste parole. Davvero, sono a casa. Che bella la musica, e la musica italiana, che bella che è!

Però, se perfino uno come Ernesto Assante, che ho ascoltato in memorabili lezioni sui Beatles e sui Pink Floyd (e lì qualcosa di rivoluzionario c’è, sissignori), scrive che stavolta ha vinto la musica, inizio a sentirmi un poi un extraterrestre, in questo mio problema con il Festival di quest’anno. Io la musica non l’ho sentita tanto tanto, magari riascoltando forse ammorbidisco il giudizio, non so.

Mi ritorna in mente sempre il già citato brano di Battiato, che conclude significativamente così la sua implacabile analisi della società attuale, e sommersi soprattutto, da immondizie musicali. E penso anche all’altro pezzo mirabile, La musica muore, sempre del grande maestro siciliano. Lì in realtà si parla di altro, della fine ingloriosa del tempo in cui si pensava che la musica potesse cambiare il mondo. Ma forse no, non si parla d’altro. Il tema è questo, alla fine.

Sospendo il giudizio, anche scagliarsi contro il Sanremo dell’anno non è poi uno sport molto appagante. Ma nel segreto, mi riascolto Anna Oxa, Antonella Ruggero e Mariella Nava. E gioisco.

Così è la vita, del resto.

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Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E’ possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda “tranquilla”, volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po’ come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?
Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l’impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all’interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c’è una moderata soddisfazione, come un po’ un appetito spento. C’è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l’esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

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Ricominciare a costruire, cantando

Doverosa premessa. E’ chiaro a tutti che non possiamo parlare degli Inti Illimani senza incontrare Lucio Dalla al secondo pensiero, anzi appena al termine del primo. Allora affrontiamolo.
 
Anno 1977. Il drastico giudizio di Dalla, arriva dentro la canzone Il cucciolo Alfredo, la musica andina / che noia mortale / sono più di tre anni / che si ripete sempre uguale. E tuttavia, ferma restando la mia grande ammirazione per uno che nella sua vita ha realizzato dischi pazzeschi, devo ugualmente ammettere che sono rimasto sorpreso, e parecchio, dalla riscoperta di un brano storico degli Inti Illimani.
 
Il “charango” è uno strumento molto usato dal “complesso cileno”…
Però dico subito, che non ce l’ho affatto con Lucio, non ce la potrei mai avere con lui. Primo, perché la frase è estrapolata da quella che accade essere una canzone bellissima dentro un album bellissimo, epico, un gioiello acquatico, abissale ed azzurrino, Come è profondo il mare. Secondo, perché a mio avviso quel giudizio va interpretato come una salutare polemica verso una esaltazione assai acritica che regnava in un certo periodo, una esaltazione parecchio ideologica e pochissimo musicale. Contro la quale, assai giustamente (ed in tempi non sospetti), Lucio si ribella. Terzo e certamente non ultimo, perché la frase che precede quel giudizio così netto è, dal punto di vista letterario, smodatamente geniale, il complesso cileno è affisso sul muro / promette spettacolo / un colpo sicuro. Evocativa, sommamente ardita nel permutare il manifesto di una concerto con i suonatori medesimi.
 
Del resto, che questa chiave di lettura tutto sommato possa stare in piedi, si evince anche dalle stesse parole del maestro, che ebbe a scrivere nella prefazione del fumetto “1975, un delitto emiliano” di Alberto Guarnieri ed Emilio Laguardia:
Mi inteneriva questa mancanza di precauzione con la quale i giovani vivevano allora. Venivano conquistati anche dal luccichio delle idee, da una forma di violenza che poteva sembrare, e magari era, gratuita e fine a se stessa. Che non portava a nulla se non alla contrapposizione spesso irrazionale. Scrissi “Il cucciolo Alfredo” anche per recuperare una libertà semantica di gesti e di parole che si era persa perché sovrastata dal peso dell’ideologia forzata.
Bene, sciolta l’obiezione di Lucio – che sempre mi sorge in testa quando penso agli Inti Illimani – ritorno con maggiore leggerezza a quanto stavo dicendo. Ritorno al brano.
 
Un brano che ascoltavo da ragazzo, un frammento del quale mi è tornato in testa per anni, forse per decenni. Tornava periodicamente, con ampi intervalli di silenzio. Come una cometa di lungo periodo, che ogni tanto ti passa vicino e poi la rivedi dopo tanti anni… e quando ti passa vicino, questa cometa particolare, ti ricircola in testa un brandello di ricordo, un minimo elemento tematico. Agganciata ad un frammento visivo, uno scampolo di memoria, un flash di tanti anni fa: a casa di Alberto, un compagno del liceo, poi l’immagine di una chitarra, non ricordo se le mia o di qualcun altro, delle persone, alcuni discorsi… e quel brano, che chissà come si chiamava, con quell’andamento così affascinante, così semplice e coinvolgente. Ah, e quel nome. Violeta Parra, cantautrice, poetessa, pittrice cilena. Per me, allora, abbastanza avvolta nel mito e nel mistero, grande dorato mistero su chi fosse e cosa rappresentasse realmente quella donna (non c’era Google, non c’era Wikipedia per raccogliere informazioni). Nemmeno sapevo che fosse già morta, probabilmente.
 
E’ andata così per tanti tanti anni. Mi veniva in mente, pensavo appena però che bella canzone che era, se la ritrovassi, poi abbandonavo il pensiero, convinto di non poterla trovare. Fino a pochi giorni fa, quando ho pensato di correlare le informazioni, le pochissime informazioni che avevo, per cercare il titolo. Hai visto mai. Violetta mi ha aiutato molto: inserendo il suo nome e cognome vicino alla denominazione del gruppo, Google mi ha restituito subito il nome della canzone. Ah ma era così semplice?
 
Si chiama La Exiliada del Sur. E’ una canzone che (adesso finalmente che lo so, posso fare il saputo) compare nel disco Inti Illimani 2, La nueva Cancion Cilena, che uscì nel lontano 1974. Da qui l’ho cercata subito per ascoltarla, dopo tanto tempo (ce l’avevo su qualche musicassetta andata ovviamente perduta, buttata o chi lo sa). L’ho cercata innanzitutto su Spotify (pagherò pur l’abbonamento per qualcosa?) e il brano originale no, non si trova. Mentre su YouTube invece c’è, anzi c’è tutto l’album. Questo mi conferma che il vero repository di musica non è Spotify o nessun altro. E’ YouTube, appunto. In casi “disperati”, il brano lo trovi lì. O non lo trovi affatto. Ma questo è pure un altro discorso. Torniamo alla canzone.
 
Beh, ma è un brano favoloso. Ancor meglio di come me lo ricordavo. E il testo, poi? Il testo è dolce, delicato, poetico. Ed anche, sentire queste voci declamare con orgoglio, potenza e passione (altro che minimalismo!), insomma ti viene istintivamente da raddrizzare la schiena, quando ascolti. Tanta musica di adesso, al confronto, ti pare proprio così, “strofe languide di tutti quei cantanti / Con le facce da bambini e con i loro cuori infranti” come cantava Finardi in Musica ribelle.
 
E ti arriva addosso anche un po’ di nostalgia. Di te ragazzo, certo, di un periodo in cui questo friccico rivoluzionario lo sentivi nell’aria, lo respiravi, come la sensazione che le cose stessero davvero per cambiare. Eccome se lo sentivi. Tra poco il vecchio mondo lo spazzeremo via canterà poi sempre Finardi (mica è colpa mia se in tema ha fatto canzoni favolose) nella bellissima Zerbo, che racconta meglio di mille dotte analisi sociopolitiche, l’arco intero di questo afflato rivoluzionario, dall’ascesa al punto di “picco”, fino alla ingloriosa decadenza, la caduta nel “privato”, lo stemperarsi dell’ideale in tanti piccoli rivoli e minime conflittualità… qualcosa che accennavo nel post su musica e rivoluzione, tempo fa.
 
Comunque, rivoluzioni a parte, è bello riscoprire come questi Inti Illimani, per quanto pompati ideologicamente da un certo clima degli anni settanta (se non ascoltavi gli Inti Illimani un paio di volte al giorno, non eri abbastanza progressista), fossero veramente bravi. Musicalmente, intendo. Altroché. Peccato appunto che su Spotify siano presenti in modo decisamente incompleto. Questa canzone c’è, per esempio, ma solo in una esecuzione dal vivo. L’album in studio manca proprio, purtroppo.
 
E niente, è che sono un po’ prevenuto verso le esibizioni dal vivo. Le ascolto con un poco di benevolenza. E’ difficile cantare bene, proprio bene, fuori dallo studio di registrazione, qui è buona la prima per forza, se sei giù di voce… poi questa canzone così potente, figuriamoci.
 
E invece, sorpresa.
 
Perché questi ti eseguono un brano così, dal vivo, che puoi ascoltare senza doverti far girare in mente, in sincrono, quello in studio. Che voci. Strumentazione ed arrangiamento appena un poco più pop, mi sembra (e anche questo è interessante, nel confronto con il pezzo registrato in studio). Ma il fascino della canzone rimane intatto.
 
E mi riporta indietro, a tanti anni fa. Con la voglia di ritornare avanti, ritornare qui. Di riassorbire un po’ di quell’ottimismo, magari depurato per il tempo trascorso, reso più limpido. E’ ora di imparare anche dalle rivoluzioni mancate, per orientarsi verso quella che può fiorire, quella ancora (e sempre) possibile. E’ ora di ricominciare a costruire.
 
Magari, cantando.

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