Blog di Marco Castellani

Quel desiderio indomabile di essere vivo

La piazza è già piena quando arrivo. Forse dovrei affrettarmi, ma non ho voglia di affrettarmi. Non dico che voglio arrivare tardi, ma è come se il fatto di andare di corsa sia qualcosa contro quello che intendo fare, quello che faccio andando lì, in Piazza San Pietro.

L’ultima occasione simile è stata nel 2015. Ricordo che andai via dalla piazza abbastanza perplesso, anche un po’ preoccupato. Le parole che ci aveva rivolto il Papa mi erano sembrate a tratti dure (ed insieme tenerissime, per l’accento sulla misericordia), mi domandavo se avessimo tutti sbagliato qualcosa.

Ricordo che rimasi con quella sensazione per un po’, poi mi quietai pian piano rimirando (è il caso di dirlo) con che intensità – da chi guida il movimento – fossero state prese sul serio tali parole, fossero state messe al centro di un lavoro, di un lungo e paziente lavoro, capace di affrontare ogni cosa senza scandalo, ma senza sconti. E capii quanto di bello poteva venire fuori da quello che – forse in maniera superficiale e un poco emotiva – mi era parso a tratti un rimprovero. Poi niente, c’era stata quella citazione di Gustav Maher, di un artefice di bellezza così importante nella mia vita. Mi era sembrata proprio mia, quella citazione, quel passaggio. “Fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Così, come se fossi stato facilitato, aiutato, dalla presenza da entità affettive immediatamente riconoscibili: come se tutto dovesse diventarmi più persuasivo per il fatto che toccava elementi a me familiari, amate.

Ora che ci tornavo – a distanza di sette anni – mi chiedevo cosa avrebbe detto. Ora che tante cose stanno succedendo nel movimento, ora che c’è pericolo ed insieme c’è un’occasione di nuova responsabilità, mi chiedevo proprio cosa avrebbe detto.

Ma eccomi a San Pietro. Arrivo. Fila lunga ai controlli, anche se il personale è accorto e cerca di facilitare il più possibile l’accesso. Ma siamo tanti.

Il Sole è caldo e il cielo di Roma è più azzurro che mai. Quanta gente. Quante giovani mamme, con i bimbi. Quanti papà sopra le cui spalle gravitano figlie e figli, curiosi e vispi. Mi perdo un attimo, fisso le manine di una bimba, abbarbicata sopra suo padre, avanti a me. Per un momento mi perdo nel passato, quando anche io trasportavo simili pesi. Avverto una nostalgia potente, con la quale devo ancora fare i conti.

Ancora non so se mi va, se faccio bene ad essere qui. Comunque, qualsiasi cosa senta, è ragionevole esserci, mi dico. Se non altro, per tutto quello che ho vissuto. Guardo i negozi, le stradine, il limite del borgo. Non mi va di accalcarmi, entro quando entro. Sai che ti dico? Se entro in ritardo, va bene lo stesso. L’essenziale è abbandonare la frenesia, la fretta, la preoccupazione. Almeno per un po’. Meglio guardare Roma, invece di stare nei pensieri.

Entrando, anche con tutte le mie diffidenze serpeggianti, mi cattura un vocabolario di suoni e parole a cui sono abituato e, come riscopro, affezionato. I canti, quei canti, La strada per esempio. Inizio a rilassarmi: quasi non vorrei lasciarmi andare, eppure mi sento a casa. Anche se fa caldo, il sole picchia, la gente si muove e non trovo una sistemazione. Vedo delle persone conosciute, intanto.

Quando iniziano le testimonianze prima dell’udienza, scopro che da dove sono, non si afferrano che poche parole, non si riesce a sentire bene. Scorrono i minuti e finalmente inizia a parlare il Papa, ma io non capisco quasi nulla (e mi sale addosso un po’ di irritazione).

Tuttavia il colpo d’occhio della piazza è comunque favoloso, non è una cosa che puoi sentire standotene a casa davanti ad un computer. C’è il fatto di essere venuti qui tutti insieme, il senso di riunirsi, che è ancora una cosa abbastanza nuova, abbastanza rivoluzionaria, dopo mesi e mesi di confinamento casalingo e di diffidenza verso ogni incontro, quasi verso ogni persona. Quasi non ci si crede.

Intanto “sul palco” avvengono cose favolose, ma io non me ne accorgo. L’avrei appunto scoperto poche ore dopo, una volta rientrato a casa, vedendo il video della mattinata.

Nel merito, brevemente. Non so a quanti qui interessa, ma per chi si sente nel percorso di Comunione e Liberazione, nelle parole del Papa, secondo me, c’è tutto quello che serve per camminare: nei prossimi mesi, ma direi nei prossimi anni. Nello stile di questo Papa, un parlare apparentemente semplice che muove concetti complessi: vale la pena rileggerlo più volte.

Però mi accorgo anche che le parole scritte non esauriscono una comunicazione complessa, a volte rischiano di banalizzarla. In un discorso importante conta l’intonazione della voce, contano le pause, le sottolineature vocali. Conta la persona che le pronuncia, le parole, non appena i concetti. Persona e concetti insieme, mentre il discorso scritto cattura più che altro i secondi. Perde un po’ di carnalità, un discorso scritto.

La parte con il Papa ha luogo circa un’ora e mezzo dopo l’inizio, se volete vederla.

Mi parebbe quasi indecente commentare il Papa, e non lo farò. Non lo sento utile, mettermi a scrivere cosa ne penso delle sue parole, mi sembra veramente un esercizio sterile. Comunque la si pensi, del Papa e della Chiesa e di tutto il resto, forse si può convenire che ci sono occasioni in cui l’ascolto deve prevalere sull’interpretazione: a volte fare entrare cose nuove nella testa può essere più produttivo che giocare con i concetti che già abbiamo, per esprimere per l’ennesima volta un nostro punto di vista, non uscendo mai da noi stessi, non aggiungendo davvero niente a noi stessi.

Mi piace solo riprendere pochissime parole, una frase appena: ‌Voi sapete bene che unità non vuol dire uniformità. Mi piace riprenderle perché c’è tutto un mondo di libertà che va sempre riscoperto, approfondito, amato. Facciamo fatica a vivere nella libertà ma allo stesso tempo è la cosa più bella che possiamo fare, la più vera e significativa. Libertà che ci porta ad approfondire, magari a lasciarsi anche agganciare da altri carismi (senza nessuna reale difficoltà di coesistenza, anzi con una possibilità di approfondimento forse inedita), a vivere con più intensità: quando usciamo dai paletti che ci siamo messi, sentiamo paura ma anche un nuovo senso di intensità del vivere. Che è benedetto, io credo.

Ah sì, e poi quando quasi si ferma ed esclama Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni. Per favore! Non sprecare il tempo! Si ferma proprio, smette di seguire il testo scritto, ed in un momento è come se ci guardasse tutti nel profondo: si capisce che è una cosa che gli sta a cuore. Ecco, qui la parola scritta non rende. Devi vederla, una cosa del genere. Devi viverla.

Ma la realtà supera spesso l’immaginazione, l’idea che ci facciamo in anticipo di eventi e situazioni. Perché noi ragioniamo con un database limitato, mettiamo insieme pezzetti di idee senza uscire dall’ambito del già visto, del già sperimentato. Poi la realtà ci supera e quindi per afferrarla in anticipo dovremmo estrapolare, ma lì effettivamente non siamo così bravi.

Comunque la realtà ha superato anche le mie aspettative, donandomi istanti di vera commozione nelle testimonianza precedenti dell’udienza. Tanto che (senza nulla togliere all’udienza stessa, ovviamente) sono caduto dentro un momento di quelli, di quelli che ti afferrano nelle viscere e senti proprio di toccare qualcosa di eterno, di umanissimo ed insieme eterno.

Farsi afferrare nelle viscere, ti fa sentire vivo. E senza nulla togliere a tutto il resto, voglio ringraziare pubblicamente questa giovane donna, perché nella sua emozione e il suo sincero stupore, ho sentito ancora quel soffio, quella sensazione, quel desiderio indomabile d’essere vivo. Probabilmente, la cosa più preziosa che esiste.

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  1. Sil

    Che belle parole Marco . Hai colto i punti essenziali di questa grande luminosa giornata .
    C’ e tutto qui per riprendere un cammino nell’ originalità di ciascuno .

    • Marco Castellani

      Grazie carissima per il tuo commento!

      Sì hai proprio ragione, “riprendere un cammino nell’originalità di ognuno”. Penso proprio che la tua frase esprima, concisamente ma precisamente, l’occasione che abbiamo davanti.

      Un grande abbraccio.

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